«Rieccoci, caro Paolo»

di Bernardo Misaggi

Rieccoci, caro Paolo,
con i tuoi famigliari, i tuoi colleghi di lunga data, i tuoi amici intimi, siamo tutti sotto lo shock della tua scomparsa, avvenuta solo un anno fa – ma credo di sentirti al mio orecchio, con la tua voce ironica: «Non essere troppo solenne, please!». Paolo, che avrebbe potuto esserlo, infatti non era solenne: esercitava la sua intelligenza con modestia; noi che non siamo tenuti a essere modesti al posto suo, potremmo dire invece di come la sua presenza spumeggiante nei media, il suo buon umore, la sua mente, la sua parola virtuosa, mostravano fino a che punto arrivassero il suo talento e la sua intelligenza.

Rieccoci, caro Paolo,
da chirurgo quale sono, direi che egli scriveva senza anestesia, ma con la sicurezza, la mano ferma di chi non si preoccupa dei potenti, delle mode, delle convinzioni o del conformismo. Spesso i suoi interventi creavano scalpore. 
Ma, dopo lo shock “operatorio”, si era costretti a riconoscere che aveva portato il bisturi là dove bisognava, e trafitto degli ascessi che la compiacenza, la prudenza, la cecità rassicurante, l’ammirazione abietta nascondevano. 
Paolo obbligava a guardare, a mettere in discussione, a rompere con le idee preconcette. Se si voleva contestare la sua diagnosi, bisognava trovare argomenti che non potevano più essere « istituzionali », ma fondati su un’analisi e dei ragionamenti pertinenti come i suoi.

Rieccoci, caro Paolo,
i miei incontri con te furono non numerosi ma intensi, eccome! E il nostro scambio non solo di opinioni, ma anche di idee, sentimenti, stima, fu segnato da un lato da una grande generosità e dall’altro da una spinta di simpatia estremamente toccante.
Non che la vita gli abbia risparmiato sofferenza e difficoltà, e a volte anche ferite difficili da sanare, eppure egli accettava come un dono le circostanze, senza mai cercare di fare carriera ma lasciando le stesse svilupparsi secondo il suo Destino.
Nel corso della nostra amicizia, Paolo mi ha teso la mano. 
Fin dal nostro primo incontro ho misurato che il gusto delle idee, il rispetto di quelle degli altri, la volontà di promuoverle se gli sembravano utili al dibattito, gli importavano tanto quanto il successo delle sue, perché poneva al di sopra di tutto la libertà di espressione. 
Ho avuto la sensazione, mentre lo frequentavo, di essere contemporaneamente davanti ad un uomo buono e rigoroso, aperto alle mie analisi, intransigente quando si trattava della verità. Infatti, al di là della sua attenzione amichevole, il suo appoggio, i suoi articoli, e soprattutto la sua indipendenza di spirito, il suo coraggio, la sua lungimiranza mi hanno colpito e legato a lui.
Ci univa poi una stessa passione che andava oltre quella intellettuale e quella affettiva: quella che ci legava alla nostra amata terra, la Calabria.

Rieccoci, caro Paolo,
ma da dove gli veniva questa sicurezza accanita che lo animava non per difendere tesi personali, ma per proseguire il suo cammino, dispiegando sempre più la sua intuizione originaria, al rischio di sconvolgere le categorie prestabilite delle mafie, del malaffare, della parola non chiara? Qual era il suo segreto? Dov’era la fonte di ciò che lo lavorava nel profondo della sua ragione e del suo cuore? Quel che è certo è che aveva la convinzione di essere fedele ad una scoperta che aveva fatto non per via di rivelazione, ma per via di intelligenza. Si potrebbe paragonarlo a questo saggio ebreo, Nicodemo, chiamato a rinascere.

« Rieccoci », caro Paolo
e rieccoci sia per la vita eterna, in quell’eternità che non è la longevità di una statua ma l’immortalità di un amico, perché sarà sempre un « rieccoci », caro Paolo.





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