«Sanità, qui l’unica speranza è la rivoluzione»

di Ettore Jorio*

Rileggendo l’interessante intervista del prof. Ciro Indolfi, pubblicata dal Corriere della Calabria lo scorso 12 maggio, in tema di epidemia in atto vengono in mente i titoli dei vecchi western di Sergio Leone. Dio ha risparmiato la Calabria, il servizio sanitario regionale no.

Una lezione che va ben oltre la cardiologia
Ha ragione Indolfi, se molti di noi hanno salvato la pelle lo devono esclusivamente alla salvaguardia naturale che la Calabria è riuscita ad esprimere, forse anche per le sue caratteristiche ambientali. La stessa che ha perdonato anche i molisani.
Un dato, questo, che suggerisce la impensabile e quasi macabra battuta che ad andare meglio sono state le regioni commissariate ex art. 120 Cost., rispetto a quelle gestite ordinariamente. Una gestione commissariale ultradecennale che se – da una parte – può vantare, per intercessioni certamente celesti, una minore aggressione del coronavirus – dall’altra – è da additare a maggiore responsabile del disastro dell’organizzazione sanitaria calabrese. Un’organizzazione che non ha nulla di sistematizzato perché ha vissuto per anni alla giornata, grazie alla iperattività e alla generosità degli operatori soprattutto ospedalieri rimasti come la migliore offerta assistenziale strutturata, attesa l’assenza assoluta di quella territoriale, lasciata alla deriva da sempre.
Ciro Indolfi non ha detto solo questo, ha scritto anche la ricetta: necessita rifondare il sistema sanitario regionale.

Il cambiamento è la parola d’ordine
Per fare tutto questo, solo che la si voglia salvare dalla sua abituale posizione di peggiore in tutte le classifiche, occorrerebbe pertanto una rivoluzione, quantomeno politico-culturale. Il problema è che dalle nostre parti a mancare sono i «rivoluzionari», intendendo per tali i fautori del cambiamento radicale. Una esigenza che qui vorrebbe dire abbandono delle posizioni dominanti di chi ha fatto della sanità e dell’assistenza sociale il serbatoio del proprio consenso politico e, spesso, della loro ricchezza. Sono stati troppi i saccheggiatori messi in condizione di fare di tutto, sia nella parte pubblica, tanto da accentrare le posizioni routinariamente dominanti (dal collezionismo di primariati a quello delle nomine manageriali), che in quella privata, produttiva di accordi trasversali perfezionati tra pochi nel disinteresse di tanti rappresentati, i più deboli.

Gli strumenti per dare battaglia alle inefficienze strutturali
Dunque, dato per scontato che il sistema della salute vada tempestivamente rifondato, occorre meglio comprendere come questo si possa rendere possibile.
In una regione come la nostra, ove i conservatori dei vizi sono la maggioranza, necessita individuare i «rivoltosi» cui assegnare il compito di produrre il cambiamento, anche ricorrendo a strumenti «brutali», normativi e/o amministrativi, del tipo quelli che si distinguono dall’abituale perseguimento di ciò che fa comodo a tutti. Un compito difficile ma doveroso da esercitare subito ed energicamente, approfittando anche delle misure abilitative del protagonismo, extra commissariale, che l’epidemia in atto e, di guisa, le ordinanze di protezione civile hanno reso possibile riconoscendolo in capo alla Presidente, collaborato – si spera – da un Consiglio regionale che ci si augura più attivo e funzionale di quelli precedenti.

Il Governo ci offre l’occasione
E ancora. Sfruttando gli spazi agevolativi e le opportunità finanziarie che la difficile situazione epidemica ha indotto il Governo ad assicurare al sistema della salute (ma che di quello di assistenza sociale) ricorrendo ad un deficit, in stretta condivisione con l’UE, altrimenti impensabile e di certo non ripetibile ad libitum.
Su tutto, urge dare significato al termine «rifondazione», ma soprattutto al suo contenuto e ai suoi obiettivi. Un compito difficilissimo da esercitare in tempi brevi e quindi contemporanei alle emergenze in atto. Ciò a causa delle perfomance non esaltanti delle attività regionali assicurate nel corso dell’epidemia in atto – che si ripete ci ha salvati per intervento divino – e degli effetti beceri della introdotta disciplina recata dal decreto «rovina Calabria», il D.L. 35/2019.
Fortunatamente, è vicina la scadenza dei inenarrabili effetti dell’anzidetto D.L.35/029 – che ci ha portato i peggiori a gestire quello che rimaneva del sistema gestorio della sanità – che ci obbligato ad espiare le colpe dei due governi Conte e i due ministri della salute che ne hanno rispettivamente assunto l’iniziativa e prodotto colpevolmente la perduranza.

Alla politica regionale il tiro vincente
A novembre ritornerà come prima. Necessita mescolare e bene le carte, per giocare la partita decisiva: dell’uscita dall’ulteriore degrado del Ssr, recato dal D.L. c.d. Grillo, e dal commissariamento ad acta, gestito da incoscienti ed incapaci.
Nel frattempo? Il compito alla giunta regionale di disegnare quanto occorre e preordinare il necessario, attrezzandosi da subito degli strumenti «bellici» per affrontare e uscire bene dalla necessaria rivoluzione.

*docente Unical





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