«Regione e politica nei tempi del coronavirus»

di Silvio Gambino*

L’invito del movimento “Cambiavento” rivolto a una platea ampia di soggetti che vanno dalle istituzioni territoriali a quelle politiche e al mondo della cultura – tutti e ognuno riguardati da vicino dalla emergenza epidemiologica (tuttora in corso benché ora in modo più attutito) – non può restare senza risposte. Risposte che devono comunque risultare all’altezza della gravità della sfida che il coronavirus ha lanciato al Paese (e al mondo intero). Una serie di ragioni lo impongono. Ognuna di esse è fondamentale per le sorti del Paese, per la credibilità delle istituzioni (territoriali e non), della politica e della cultura, per il rispetto delle libertà pubbliche. Ne accenneremo in modo essenziale le ragioni.
Lo impone innanzitutto l’esigenza della protezione delle libertà fondamentali a partire dalla salute e dalla vita, a fronte della virulenza e della letalità con cui si è fin qui accompagnata la ‘peste’ dei nostri giorni. Lo impone, e oramai da più tempo, l’esigenza di ri-mettere al riparo l’equilibrio dei poteri costituzionali fortemente minato dallo stato di emergenza nazionale e dallo stesso rischio (come si visto, non astratto) di marginalizzare i poteri decisionali del Parlamento e dello stesso esercizio della funzione rappresentativa, consolidando in tal modo pericolose, diverse, prospettive di legittimazione del potere politico relative all’assetto costituzionale delle libertà costituzionali ‘nei tempi delle emergenze sanitarie’. Rispetto ad un simile quadro, certo, non mancano strumenti di garanzia e il Giudice costituzionale lo è fra questi, come lo era già stato nella triste stagione della emergenza terroristica. In un tempo parimenti buio per il Paese, quel Giudice, infatti, sulla base della previsione di durata limitata nel tempo delle misure di quella legislazione illiberale (che aveva inferto una ferita grave alla disciplina della libertà personale secondo le garanzie dell’inviolabile libertà personale), aveva comunque riportato nell’alveo costituzionale la disciplina legislativa antiterroristica del tempo (legge Reale, decreto Bartolomei, ecc.).
Le condizioni in tema stanno certamente maturando nell’ottica di una prospettiva di integrazione nella Costituzione di fattispecie costituzionali idonee a consentire di affrontare (in modo congruo per il rispetto delle esigenze della rigidità costituzionale e per le garanzie dei diritti e dei principi fondamentali) le emergenze costituzionali (si pensi per tutte alle emergenze poste dalla legislazione di contrasto del terrorismo e oggi alle emergenze sanitarie dovute al covid-19). In assenza di una simile previsione, rilevano i poteri emergenziali di cui all’art. 77.2 della Costituzione che legittimano il Governo ad esercitare le funzioni normative attraverso decreto-legge “in casi di necessità e di urgenza”. Rispetto alle misure emergenziali e al rischio (ad esse) immanente di possibili antinomie fra (esigenze della) sicurezza e (cultura della) legalità, la dottrina da tempo si interroga sulla conformità costituzionale di una «Costituzione di emergenza» (B. Ackerman, La Costituzione di emergenza, Roma, 2005) che predisponga princìpi e regole idonee a «salvaguardare libertà e diritti civili di fronte al pericolo del terrorismo (e oggi della emergenza epidemiologica)», assicurando all’Esecutivo di esercitare la garanzia della sicurezza senza apportare danni duraturi ai diritti individuali, e comunque senza varcare, in tale contrasto del terrorismo (e delle emergenza sanitaria), i limiti imposti dalla «decenza». Tuttavia, non è certo questo il tempo per mettere mano ad una simile revisione (mediante legge di integrazione costituzionale), ma non può sfuggire che altri ordinamenti hanno previsto nelle loro Carte costituzionali il ricorso a ‘leggi organiche’ idonee ad affrontare le emergenze avendo come obiettivo fondamentale di non mettere in questione le libertà fondamentali in nessuna situazione emergenziale (interna o internazionale) che dovesse determinarsi nei rispettivi Paesi.
Oltre alle riflessioni fin qui richiamate di ordine costituzionale, lo impone la riflessione sullo ‘stato’ critico dell’istituzione regionale certamente nella nostra regione ma omologa affermazione può farsi per la gran parte delle altre regioni, a partire da quelle stesse regioni nelle quali la viralità del covid-19 e la relativa letalità ha mietuto più vittime. L’apertura di un grande dibattito sugli assetti della Repubblica, una e indivisibile in un equilibrato rapporto tra Stato e autonomie, integrandosi con le esigenze costituzionali dell’uguaglianza fra le persone e fra i territori, allo stato non risulta ulteriormente rinviabile. Le previsioni del regionalismo differenziato (consentito dall’art. 116, III co), alla luce dei progetti fin qui presentati e soprattutto allo stato dell’arte, aggravano e non certo risolvono le criticità del regionalismo appena denunciato. Il rischio di una mancata discussione sarebbe quello di una lacerazione del tessuto civile del Paese, nella vana rincorsa da parte delle forze politiche governate da maggioranze di destra verso un inconcludente “populismo sanitario” (ma anche risibile quando si rifletta alle tante esternazioni di presidenti degli esecutivi della Regione Lombardia, Veneto, Liguria e da ultimo della regione Calabria). La verità, come tutti sappiamo, tuttavia, è che non si tratta propriamente di un populismo limitato al ‘governo della salute’, estendendosi fattualmente a tutti i più diversi ambiti di interesse pubblico e collettivo, di ambito statale e di ambito regionale/locale. Un tempo la rappresentanza e la intermediazione degli interessi popolari era confidata ai partiti politici. La realtà presente, almeno da un ventennio a questa parte, ci pone di fronte ad un vero e proprio spappolamento del sistema rappresentativo che in modo inevitabile riflette le sue ragioni di conflitto e di incertezza nel governo pubblico degli interessi a partire dalla legislazione su ciò che si impone (e si richiede) in ragione delle esigenze sociali ed economiche. Questo porta indubbiamente a dequotare lo spazio di possibili riforme costituzionali rendendo necessitato il ricorso alla legislazione ordinaria nella dinamica oggi consentita dalla dialettica Parlamento/Governo.
Ma se quanto osservato fin qui disegna scenari di un riformismo debole se pensato per i rami alti dell’ordinamento, non vi è dubbio di sorta che ciò non possa dirsi per le riforme imposte dall’emergenza ora in corso. La salute, come sappiamo, costituisce un bene costituzionale fondamentale che nella materia dei livelli essenziali delle prestazioni richiede e valorizza le competenze esclusive dello Stato. A ciò si aggiunga la previsione della doverosità cui lo Stato è chiamato nell’esercizio della competenza e delle connesse garanzie connesse alla profilassi internazionale (lettera q dell’art. 117, II co.). Tanto richiamato, tuttavia, si apre uno spazio (si direbbe molto ampio) per la riflessione che coinvolga tutte le competenze che ne sono comunque coinvolte (da quelle sanitarie a quelle giuridiche, a quelle sociali e a quelle economiche). Un ceto politico assennato, di fronte ad una simile situazione, chiamerebbe a raccolta tali competenze (dalle università agli ospedali, ad ogni altro centro/laboratorio di cultura) per chiedere a tutti di voler collaborare nella definizione dell’analisi delle criticità della situazione presente (almeno di quella sanitaria) e delle necessarie risposte da governare attraverso la responsabilità del Consiglio e della Giunta regionale.
Se volessimo anticipare un primo indirizzo di risposta ad una richiesta (che naturalmente non verrà mai avanzata da parte dell’Esecutivo regionale), osserverei che la Regione Calabria, alla pari di tutte le altre regioni (soprattutto quelle meridionali riguardate dalle pesanti limitazioni imposte dal rispetto del patto di stabilità), anche alla luce del disastro fin qui scongiurato, ha la responsabilità di mettere a tema la riorganizzazione sanitaria della Regione (comprensiva del relativo cronoprogramma) allo scopo di affrontare in modo radicale la questione della protezione della salute dei calabresi nel post-coronavirus e anche per evitare di restare sguarniti di risposte organizzative adeguate (nonché di risorse di supporto sanitario adeguate) nell’eventuale ritorno del virus. Non scendo nel dettaglio di tale esemplificazione e me ne scuso con gli esperti della materia.
Anche nell’ottica della definizione del costo sanitario di una simile riorganizzazione del sistema sanitario regionale dopo i tagli dei bilanci regionali (aggravati dal post-Monti), cui deve attendere il Consiglio e il Governo della Regione, appare quanto mai necessario e indilazionabile ripensare a tale riordino/riorganizzazione (a partire dalla individuazione dei presidi sanitari che non possono assolutamente mancare). La fase attuale in cui è impegnato ora il Governo nella decisione sull’accesso (o meno) alle risorse del MES fa ritenere che un simile lavoro di analisi e di programmazione, svolto regione per regione (e dunque dal basso e non dall’alto), consentirebbe di ripensare meglio al futuro del sistema sanitario del Paese. Naturalmente provvedendo in questo modo anche a quelle perequazioni necessarie (di funzionalità ordinaria e strutturale) senza la cui previsione da parte dello Stato (Governo/Parlamento) le asimmetrie nei diritti dei cittadini nelle diverse regioni continuerebbero ad essere confinate alla insostenibile e miserevole logica delle “repubblichette” italiane, con buona pace degli artt. 3 e 5 Cost. e dei 170 anni di storia di unificazione politica del Paese che lasciamo ormai alle nostre spalle.
L’invito è di prendere in modo serio la proposta avanzata dal prof. Fiorita e dal movimento ‘Controvento’. Come organizzarsi in tale laboratorio corale di idee e di politiche potrà essere oggetto, se lo vorrà, di un suo successivo appello!

*Unical





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