«L’Italia è divenuta Repubblica dei Presidenti»

di Ettore Jorio *

Questa rivista può vantare una particolare attitudine alla preveggenza degli atti regolativi del Governo. Lo ha fatto finanche di quelli rovinosi per la nostra regione, soprattutto di quello (D.L. 35/2019) che ha distrutto la sanità nella nostra regione.
Bingo, in tema di decretazione anti Covid-19 (si veda soprattutto articolo del 15 maggio scorso). Una buona profezia delle norme di chiusura ma anche di quelle di riapertura. Un po’ meno di quelle cosiddette di rilancio, non già perché difficili da immaginare. Tutt’altro, perché troppo generiche e generali, attesa la loro ratio risarcitoria dei ritardi, degli errori e delle contraddizioni che hanno distinto i primi interventi governativi, sia legislativi (decreti legge) che normativi secondari (Dpcm).
Troppi i provvedimenti adottati 27 in tutto, al lordo di una delibera del CdM (31 gennaio 2020) e di una ordinanza del ministro Speranza adottata il giorno prima.

Due provvedimenti che occorrevano, fatta salva qualche preoccupazione del mondo scientifico
Nel fine settimana la svolta: il decreto legge quadro n. 33/2020 (approvato nella tarda serata del 15 maggio e pubblicato il 16 scorso, grazie ad un tempestivo visto notturno del presidente Mattarella); il Dpcm di domenica notte. Due provvedimenti con i quali il Governo ha deciso di cambiare rotta. Di riaprire il Paese, di dettare le regole per farlo e di scandire le condizioni per realizzare il riavvio produttivo con il massimo delle cautele. Il tutto in stretta collaborazione con le Regioni.
Dunque, sono stati adottati il decreto legge 16 maggio 2020 n. 33 (il tredicesimo in epoca di coronavirus, di cui tre senza più efficacia) e il Dpcm 17 maggio 2020 (il dodicesimo dei quali otto senza efficacia).
Con questo, rispettivamente:
– il Governo ha fissato i principi fondamentali posti a guida di tutti gli interventi, legislativi e amministrativi, che saranno eventualmente assunti a livello regionale, così come pretesi dal Capo dello Stato. Con questo ha fissato i termini e le regole da valere sul territorio nazionale, salvo (ri)attribuire alle Regioni e ai sindaci (art. 1, comma 9) la facoltà di adottare liberamente ulteriori restrizioni e qualche accortezza in più a tutela delle loro rispettive collettività. Al riguardo, ha previsto una clausola di salvaguardia che consente l’esercizio sostitutivo del Governo in caso di inerzia delle Regioni in presenza di obiettivi peggioramenti epidemici. Una previsione per molti versi ultronea, atteso che reca una attribuzione di competenza già contemplata dalla Costituzione e da vigenti provvedimenti legislativi ordinari. Non solo. Ha posto alle Regioni, quasi a «corrispettivo» del maggiore grado di autonomia concessa, l’obbligo obbligo per le medesime di assicurare (art. 1, comma 16) il monitoraggio quotidiano dell’andamento dell’epidemia sui loro territori.
Una scelta legislativa, introduttiva di una sorta di «libertà di ordinanza» già esercitata da parte di quasi tutti i Governatori, con limitazioni cautelative da parte di Piemonte e Sicilia (che hanno differito la generale riapertura) e Sardegna (viaggi da e per), con la Campania che ha, però, contestato l’impianto dell’Intesa accusando il Governo di «scaricabarilismo».
– il presidente del Consiglio dei Ministri ha scandito – facendo proprie nella premessa e riportandole pedissequamente in un allegato da ritenersi parte integrante e sostanziale del suo Dpcm (art. 2) le linee guida redatte dalle Regioni nel loro insieme – tutto ciò che occorrerà fare per tutelare la popolazione nazionale dall’espandersi dell’epidemia in atto.
Finisce così la brutta esperienza caratterizzata da corse in avanti dei governatori più audaci, da stop della magistratura – del tipo quello sancito dal Tar della Calabria all’ordinanza n. 37/2020 della presidente Santelli – e da errate premature aperture di esercizio che hanno causato non pochi inutili esborsi economici da parte di imprenditori già in crisi.

Una svolta decisiva nella politica
Un decreto legge che, fatte salve scongiurabili forme di recrudescenza epidemica, pone le basi – in una allo spirito e ai contenuti del successivo Dpcm – per una politica improntata alla leale collaborazione, alla più produttiva concertazione e all’unità nazionale. Una modalità di governo della Repubblica sulla quale potere altresì investire – con opportune azioni manutentive (anche di tipo costituzionale) da effettuare sull’attuale sistema – anche in termini di attuazione del regionalismo differenziato (del quale in questa occasione si è sentito in giro il «profumo»), ovviamente avviato a seguito dell’intervenuta entrata a regime delle regole di finanza territoriale introdotte dal federalismo fiscale, garante dei livelli essenziali delle prestazioni.
Una conclusione, questa, che – per dirla alla Ilvo Diamanti su La Repubblica del 18 maggio u.s – è frutto di una rigenerazione della politica interistituzionale in senso più presenzialista. Un modus agendi che ha favorito la concretizzazione della “Repubblica dei Presidenti”, atteso il dominate ruolo nella vicenda e il condizionamento del risultato che hanno rispettivamente esercitato i governatori regionali, in primis Bonaccini, Zaia e De Luca.

* docente Unical





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