«Il Dl Rilancio tra speranze e dubbi»

di Ettore Jorio*

Pronti, via! È quanto si ha modo di esclamare a seguito della pubblicazione del «decreto rilancio», D.L. 19 maggio 2020 n. 34. Ovunque si avverte l’esigenza di colmare la sete di quattrini che l’epidemia ha determinato.
Da qui, la corsa a ricorrere in massa alla «borsa della spesa» che il provvedimento del Governo ha aperto. La sensazione che si ha è la stessa di quella generata dalle folle che si assiepano nelle zone di guerra di fronte alle vettovaglie che arrivano sui mezzi della Croce Rossa.

Un contenuto generoso
Un provvedimento pieno zeppo di occasioni favorevoli per: la riorganizzazione della sanità (artt. 1-23), con prevalenza per quella territoriale e per le cautele strutturali emergenziali; il sostegno economico e delle imprese (artt. 23-81), con accesso ad agevolazioni fiscali e creditizie (artt. 24-52) nonché con ricorso ad aiuti specifici (artt. 53-65); le tutele e il sostegno economico dei lavoratori (artt. 66-81); gli interventi solidali nei confronti delle famiglie rese deboli dall’epidemia, del tipo il reddito d’emergenza, la ridisciplina delle modalità alternative al lavoro ordinario, il rifinanziamento dei fondi sociali e l’assistenza alla disabilità (artt. 82- 105); il sostegno finanziario al sistema autonomistico territoriale e allo smaltimento del loro debito pregresso, ivi compreso quello contratto dagli enti del sistema sanitario nazionale (artt. 106-118); l’instaurazione di facilitazioni fiscali e di differimento degli adempimenti dei contribuenti (artt. 119-164); un intervento finanziario per il settore creditizio di ridotte dimensioni (artt. 165-175). E ancora, tanti interventi settoriali su: turismo e cultura; editoria, trasporti e infrastrutture; sport; giustizia; agricoltura e pesca; ambiente; istruzione e università/ricerca; innovazione tecnologica; coesione; accelerazione dei concorsi e semplificazione delle procedure (artt. 176-266).

Peccato che…
A valle di un siffatto monumentale provvedimento legislativo – giustificativo di un entusiasmo comune anche perché prodotto con un intento chiaramente risarcitorio dei danni generali sopportati a causa del Covid-19, sino ad oggi non sufficientemente attenuati da misure governative e regionali adeguate – si stanno tuttavia determinando alcune preoccupazioni. Quella più comune è costituta non solo dalla difficile approfondita lettura della cascata di articoli (266) di cui lo stesso si compone, resa impossibile ad oggi dall’impossibilità di utilizzare la ricerca per «trova» perché il testo è disponibile solo in formato pdf, bensì dai circa cento decreti attuativi (98), senza i quali tutto rimane così com’è.

Le preoccupazioni rimangono (si spera non i problemi)
Quindi, alla naturale fretta dei più «bisognosi» di fare proprie le risorse necessarie per non morire (e non di Covid-19) – intendendo per tali le imprese in asfissia e i lavoratori cassaintegrati in deroga rimasti ancora a secco del denaro per vivere – sussegue la paura dei medesimi di non trovarsi di fronte alla soluzione, seppure temporanea, dei loro malanni.
Troppe le farraginosità nelle norme del D.L. 34/2020, che Sabino Cassese assimilava sul Corsera ad un prodotto letterale di «un teologo medievale». Esageratamente presenti le subordinazioni delle erogazioni previste – invero condivisibili quanto a destinazione e beneficiari – a strumenti operativi che risultarono essere a loro volta condizionati ad altri omologhi provvedimenti applicativi previsti nell’ordinamento. Un quasi rincorrersi tra provvedimenti dello stesso tipo, tanto da generare un insieme condizionante rappresentabile nella matrioska cui i più recenti legislatori sogliono ricorrere per rendere inconsapevolmente (!) difficili le applicazioni delle leggi. Una opzione, questa, che renderà il provvedimento di non facile conseguimento del risultato preteso, che ben sarebbe potuto essere destinato ad una più facile e celere portata satisfattiva del bisogno sociale, cui lo stesso si propone idealmente come soluzione.

*docente Unical







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