«La Calabria senza credito»

di Pietro Rende*

L’opposizione della sua precorsa Gestione familiare alla trasformazione in spa ha indotto la Banca d’Italia a commissariare la più cospicua, sopravvissuta , banca del sud per le solite perdite e il Governo a riprendere il progetto di poterla trasformare nella Banca d’investimento che finora è stata l’araba fenice di Tremonti e degli altri ministri dell’economia. Sono note le falle del sistema creditizio nel Mezzogiorno privato del Banco di Napoli e della Cassa di risparmio di Calabria e Lucania, entrambe assorbite da Intesa. Spicca anche il vuoto di un efficace Consorzio regionale di garanzia collettiva dei fidi nonostante una formale legge istitutiva della Regione. Così come la crisi della FinCalabra oggetto di attenzioni giudiziarie. La Banca d’Italia, che dirige il piano regolatore del sistema bancario, ha permesso prima alla “popolare”di Bari di assorbire le troppo piccole banche locali (in Calabria, Abruzzo, Campania, ecc.) e quindi acquisire una dimensione e potenziale missione di Banca d’investimento nel sud che si concretizzerà con la integrazione in Mediocredito centrale e altri soci pari 1,4 miliardi di euro di conferimenti patrimoniali,oltre ai 310 milioni del Fondo interbancario, a imitazione del modello d’intervento su Carige, che costa tre volte tanto. Almeno così hanno ancora una volta asserito il Ministro per l’economia, Gualtieri, e i Commissari Antonio Blandini ed Enrico Aiello davanti alla Commissione Finanze della Camera dei deputati , nelle sedute del 10-12 gennaio. Adesso però gli stessi Commissari hanno presentato ai sindacati un piano industriale sulla base dei soliti parametri virtuali ispirati dallo “algoritmo del profitto”, che escludono dal progetto 900 dipendenti e 6 filiali su 7 della Calabria, la Regione più povera d’Italia e la più esposta al credito usuraio della malavita , come ha avvertito di recente l’autorevole procuratore dell’Antimafia Nicola Gratteri. Poiché il “piano” prevede anche il sacrificio di molti dipendenti, tutte le organizzazioni sindacali e alcuni più diligenti parlamentari (Magorno, Viscomi,Morra)– in attesa della Regione – si sono chiesti come mai si possa pensare a una strategia meridionalistica escludendone la Calabria che ne è la più bisognosa. Da Lametia ed Amantea a Scalea , la sua fascia territoriale più promettente sarebbe privata del principale supporto alla imprenditoria turistica e termale già servita da un aeroporto internazionale, da un collegamento ferroviario e stradale Tirreno-Jonio , dal porto mondiale di Gioia Tauro già connesso a Taranto dalla ferrovia,una Università residenziale a Rende specializzata nella informatizzazione, l’industria del sapere prossimo venturo. Purtroppo la Calabria è già rimasta delusa dal lavoro di Commissari nominati dal Governo in altri campi come la Sanità ospedaliera e territoriale per cui si fa sempre più strada l’idea di tornare a soggetti equivalenti all ’IRI del 1933 e all’IMI del 1931 per fronteggiare una crisi ben più grave di quella degli Anni Trenta. Allora il fascismo fu costretto a salvare con le partecipazioni statali nel settore creditizio e delle materie prime, come l’acciaio, la sopravvivenza di banche e imprese private non bastando più i canali tradizionali, così come avviene di nuovo oggi. Resta il fatto che la costituzione economica degli Anni Trenta è stata ancora quella che ha spinto il primo Miracolo economico degli Anni ‘50 e l’ingresso in Europa.Occorre perciò attendersi da Mediocredito centrale e dai Commissari di Bankitalia una visione strategica come quella che indusse le banche dell’Iri e d’interesse nazionale a spezzare le fila che connettevano il credito a breve con quello a lungo termine senza bisogno, oggi speriamo, di nuove statalizzazioni. Ma fino a quando?- Davanti all’ennesima “questione meridionale” che nello storico dualismo italiano ridiventa nazionale va coinvolto il Governo e specialmente il giovane e capace ministro del Mezzogiorno, Giuseppe Provenzano di sensibile provenienza Svimez, oltre al Mediocredito centrale che non può limitarsi a un mero recupero a breve del capitale che dovrà investire (return on equity). Non esiste più alcun allarme di salvataggio per una banca la cui sicurezza è più solida di prima che Bankitalia e il Fondo interbancario se ne occupassero nell’ambito di compatibilità dell’ UE. Gli allarmismi piuttosto somigliano ad aggiotaggi e danni all’immagine che sfiduciano i risparmiatori che già per colpa del virus stanno portando via i capitali italiani per 16 miliardi al giorno!Si tratta invece di sciogliere a monte un dilemma politico che investe tutti i paesi a economia di mercato e cioè se possa immaginarsi, come si chiede Paul Krugman premio Nobel economia 2008, qualsiasi tipo di ripresa macroeconomica post Covid senza il Lavoro e qualche auspicabile prospettiva di rilancio e diversificazione piuttosto produttiva che assistenziale, nel mondo nuovo che anche il Sud attende senza arrendersi all’assistenzialismo universale.

*deputato prima repubblica 







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