«Il “Dl Rilancio” e le speranze per la sanità»

di Ettore Jorio*

Il decreto Legge 34/2020, meglio noto con decreto del rilancio, dedica una gran parte (23) del proprio consistente articolato di 266 precetti alla sanità e alla assistenza sociosanitaria. Richiamando così la nostra Regione a legiferare, subito e bene, in termini di servizio della salute integrato, buttando così dalla finestra quell’obbrobrio di regolamento sul socio-assistenziale approvato in Giunta regionale, a fine della trascorsa legislatura.
Lo fa intervenendo massicciamente sotto il profilo finanziario, con particolare riferimento alla rifondazione dell’assistenza territoriale nonché alla riconversione e al riordino di quella ospedaliera.
Un obiettivo pregevole ma non facile da perseguire e conseguire a causa di un appesantimento burocratico e di pressanti oneri di natura programmatoria difficili da sopportare, specie da Regioni, come la nostra, malandate sotto il profilo organizzativo e, per molti versi, culturale. Un handicap, questo, non di poco conto che lascia presagire, come al solito, costosi affiancamenti da parte dei soliti inutili Agenas&Co. – che ha oramai invaso la Calabria, divenuta la terra di conquista per prebende manageriali altrove non conseguibili – al fine di assicurare gli altrettanto soliti atti redatti (meglio, scopiazzati) senza tenere conto di cosa sia la nostra regione e di cosa rappresentino i calabresi.
Il “decreto rilancio” introduce alcune misure di natura preventiva/cautelativa e il rafforzamento degli strumenti esistenti in materia di tutela della salute, dalla quale dipendono gli approcci e gli esiti delle iniziative volte alla salvaguardia e al rilancio di tutti gli altri ambiti strettamente legati alla vita dei cittadini e all’economia del Paese..
Quanto all’intervento che il decreto legge prevede specificatamente risulta – come detto – interessante una consistente riorganizzazione dei sistemi sanitari regionali, con prevalenza della sanità territoriale, necessariamente da potenziare, di quella ospedaliera, da riordinare in funzione emergenziale, e di tutte quelle maggiori cautele strutturali da opporre all’espandersi dell’epidemia Covid-19.
Pregevoli gli intendimenti e gli obiettivi. Interessanti gli strumenti, soprattutto quelli programmatori. Qualche perplessità sul funzionamento a regime e di pregio dell’assistenza territoriale, per non parlare delle Usca che rimangono, così come implementate, più un tentativo che una soluzione.
Tante le difficoltà attuative della riscrittura dell’assistenza, affidate alla corretta redazione dei piani riorganizzativi e di potenziamento, da dovere poi essere recepiti nei programmi operativi previsti nell’art. 18, comma 1, del D.L. 18/2020. Un adempimento non facile da assolvere nei tempi brevi, specie da parte di quelle Regioni in eterno ritardo con l’efficienza dei loro sistemi salutari.
Per intanto, c’è la necessità – solo che si voglia mantenere il SSN nella sua attuale esistenza regionalizzata – che le Regioni comincino a fare da sole e bene, magari consentendo loro di accedere a personale qualificato e altamente formato da inserire nei loro organici, oramai all’osso anche a causa del blocco del turnover.
Un intento sino ad ora non realizzato a causa delle più generali condizioni legislative, che hanno prodotto inutili commissariamenti e dannose assistenze da parte di organismi terzi che, completamente avulsi dai territori e dalle collettività di riferimento, hanno spesso rovinato del tutto i sistemi della salute assegnati alle loro costose «cure».
Nella logica comune che «tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare», la speranza è che – con l’attuazione del D.L. cosiddetto rilancio – non ci siano, alla fine della «regata», troppi naufraghi con al seguito qualche servizio sanitario regionale affondato.

*docente Unical





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