«Capaci, Falcone e la memoria»

di Anna Pizzimenti*

Falcone

Capaci, 23 maggio 1992. Non occorre aggiungere altro; non servono apposizioni o espansioni verbali: è la data che segna il passo fra un prima e un dopo e che, anno dopo anno, invoca l’urgenza della commemorazione. A ventotto anni dalla strage di Capaci, il boato dell’esplosione non si è attutito: roboante e dirompente, fa riecheggiare l’urlo di chi ha giurato fedeltà alla legalità, “che è sì cara, come sa chi per lei vita” sacrifica.
Occorre chiedersi, tuttavia, se le commemorazioni del 23 maggio non siano oggi esposte al pericolo di tramutarsi in vuote ripetizioni di slogans, in inconducenti flash mobs, in rituali liturgie che mistificano la realtà con i vapori degli incensi diffusi sugli altari della memoria.
E qui il ricordo si versa nella cronaca, quella, recente, dello scontro e delle polemiche, mediatiche, fra il Ministro Alfonso Bonafede e il Giudice Nino Di Matteo. Fra di loro, nel ruolo di intruso, l’incarico attualmente ricoperto dal procuratore palermitano, quello di Direttore degli Affari Penali del Ministero di Via Arenula, “lo stesso che ricopriva Giovanni Falcone al momento della morte”, si sottolinea da più fonti, affrettandosi a specificare, però, come ora sia stato quasi dimezzato, per importanza e competenza, rispetto ad allora.
Non può, tutto questo, non suscitare amarezza, mista a sconforto e a rabbia; e non può non indurre a domandarsi quali siano, oggi, i confini entro cui si muove la legalità e, soprattutto, quale è la rappresentazione che della legalità si dà ai giovani e ai meno giovani, a cui, intanto, si chiede di commemorare Falcone.
La storia insegna e la cronaca informa, e la cronaca degli anni immediatamente precedenti la morte di Giovanni Falcone rendono conto di come l’illustre eroe palermitano sia stato scelto dall’allora Ministro per la Giustizia, Claudio Martelli, per quell’incarico solo per “affrancarlo” dal lungo, ingiusto, mortificante e ignominioso viatico, a cui egli era stato sottoposto dalla stessa magistratura.
La mancata nomina a Consigliere Istruttore di Palermo, al posto di Caponnetto; la mancata elezione al CSM; il diniego della nomina alla guida della Direzione Nazionale Antimafia; le audizioni dinanzi al Comitato Antimafia e alla Prima Commissione del CSM; le invidie e le gelosie dei colleghi sono solo le più eclatanti forme di manifestazione di quel progressivo ostracismo, e conseguente isolamento, di cui Giovanni Falcone era stato negli anni destinatario e di cui l’attentato di Capaci ha rappresentato solo l’ultimo atto.
Non è opportuno, allora, richiamare alla memoria quell’incarico alla Direzione degli Affari Penali, quasi come ad eleggerlo a “feudo rappresentativo”, per l’autorevolezza e l’integrità morale di chi, un tempo, ne ha assunto la guida: basterebbe leggere il verbale del plenum della seduta del CSM, interpellato per un parere sul conferimento di quell’incarico, per farsi un’idea di quale era l’atmosfera che si respirava accanto al più rappresentativo esponente del pool antimafia di Palermo.
La vita terrena di Giovanni Falcone si è conclusa alle ore 17, 58 del 23 maggio 1992; ma la sua via crucis era iniziata molto prima e se si vogliono rendere esemplari per chiunque la sua vocazione alla legalità e la sua coerenza, se non si vuole vanificare il suo sacrificio, si devono avere ben chiare tutte le tappe del suo percorso, soprattutto, quelle più difficili sul piano professionale. Solo così il tributo alla sua memoria potrà definirsi autentico e non uno sterile elogio della forma.

*avvocato







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