«L’Ue che cambia darà una grossa mano alla ripresa»

di Ettore Jorio*

In questo tempo di coronavirus che ha risparmiato la Calabria – che se fosse stata nel suo mirino avrebbe registrato chissà quali disastri – mi avvio ad una riflessione. Una considerazione di tarda primavera, fatta a voce alta. Lo faccio nell’incertezza di guadagnarmi un po’ di estate che mi cancelli il più triste dei sessantotto inverni trascorsi e il più preoccupante degli altrettanti inizi di primavera.

C’eravamo tanto amati…
Il Covid-19 ha cambiato le regole, anche del tempo e del rincorrersi delle stagioni, i parametri sociali, le cause generative dei timori, i rapporti tra cittadini e istituzioni, ivi compreso l’accesso e la frequenza ai servizi ospedalieri, divenuti doverosamente più lontani dalle esigenze dei parenti di volere stare con i propri congiunti allettati.
Non solo. Ha modificato l’esercizio delle politiche territoriali, finanche nei programmi, nelle modalità e nel confronto tra i diversi soggetti in gioco.
La riflessione riguarda il nostro modo di essere divenuti, ciascuno più guardingo verso l’altro. Ognuno in difesa dell’altrui respiro. Sfuggente della stretta di mano che ci consentiva spesso una vicinanza occorrente. In fuga da quegli abbracci, con baci contemporanei sulla guancia, che consacravano amicizie profonde ma che testimoniavano anche oneste complicità.
Insomma, con l’indesiderato e temuto coronavirus è andato via tanto di quello che eravamo. E’ svanito (o quasi) quello stare insieme che, comunque, generava gruppo, comunità, associazione di interessi sociali e intenti, eletti da sempre a corretti antibiotici della altrimenti solitudine.

L’impegno delle istituzioni deve cambiare
Si diceva della trasformazione delle politiche territoriali che il Covid-19 ha prodotto, cui fanno da pendant quelle governative, per molti versi speculative del consenso facile da guadagnarsi così come il salvagente che si getta in mare al naufrago. Una deformazione che non solo ha dissolto l’obbligo di programmazione degli investimenti stabili – quelli duraturi e necessari alla popolazione che verrà a cominciare da quella che avrà modo di vederli concretizzati – bensì ha favorito l’ingresso ad un esercizio delle politiche dal «pronto incasso». Una sorta di cinica corsa alla clientela generalizzata, formatasi a seguito delle paure da una malattia che ha fatto tanti morti, delle povertà derivanti dalla mutevolezza del sistema produttivo interdetto dalla virulenza, dall’incertezza di un domani per chiunque, soprattutto per i figli, chiusi in una botte dalla quale è finanche impossibile uscire per trovare scampo altrove.
Dunque, la divisione delle ricchezze ritrovate – nella casse di una Europa resa sensibile dalla diffusione del virus Sars-Covi-2 perché onnipresente – e di quelle ottenute con un ricorso ad un debito che impegnerà, ad andare bene, persino i nipoti dei pre-nipoti rappresenta (ahinoi) il core buisiness della politica ad ogni livello. Un atteggiamento non condivisibile e per molti versi deplorevole, quello di distribuire acriticamente ricchezze per renderle povertà, spendibili nel breve, piuttosto che destinarle ad interventi durevoli e a trasformazioni strutturali, pronte ad essere utilizzate per la rinascita e il progresso.

Le certezze statali a prescindere
Certo che v’era e v’è la necessità, nel frattempo, di assicurare l’indispensabile alla collettività, sempre più bisognosa, ma occorreva e occorre farlo con spirito non assistenzialistico bensì con il più autentico solidarismo statale. Quell’umanitarismo codificato dalla Carta che sta alla base delle garanzie costituzionali che pretendono l’esigibilità collettiva ed egualitaria dei livelli essenziali delle prestazioni che riguardano i diritti civili e tutti i diritti sociali. Un obbligo ineludibile dello Stato che abbisogna che venga tuttavia materializzato con una attenta distribuzione del necessario e non già eluso nella sua portata, così come si sta facendo arrivando a distribuire il poco e ad invenzioni escogitate solo per lanciare fumo negli occhi con le più variopinte pettorine al seguito.

Prima di tutto il sistema produttivo
L’Ue che cambia e si adegua ai danni da coronavirus altrimenti irrimediabili – quella del nuovo piano di aiuti agli Stati membri (Revovery Fund) – darà una grossa mano alla ripresa. Sempreché il Governo e, «a scendere», le istituzioni territoriali ne sappiano approfittare facendo il migliore uso del 193 miliardi assegnati all’Italia, di cui 91 in prestiti e 82 in sovvenzioni.
Vietato, dunque, a chiunque disperdere in giro quattrini, da dovere invece concentrare per salvare a tutti i costi le imprese e l’occupazione e, con esse, il Paese e la Nazione.

*docente Unical





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