«Calabria monarchica»

di Bruno Gemelli*

La Calabria del 2 giugno 1946 era a maggioranza monarchica, come del resto tutto il Sud. Nel referendum qui da noi prevalse il Re con 505.415 voti contro i 332.404 voti della Repubblica. Diversi intellettuali di estrazione liberale spiegarono che solo il potere affidato alla monarchia avrebbe arginato il contropotere del Vaticano; tra questi ci furono Benedetto Croce, Luigi Einaudi ed Eugenio Scalfari (originario di Vibo Valentia). Tra i grandi leader il più strenuo sostenitore della Repubblica fu Pietro Nenni. La nascente Repubblica si poté nutrire dell’intransigenza antifascista pretesa dal Partito d’Azione di Piero Calamandrei e Ferruccio Parri. La nascente democrazia si avvalse della mente giuridica del costituzionalista Costantino Mortati di Corigliano.
Il 2 giugno 1946 si votò contemporaneamente per il referendum per scegliere tra la forma istituzionale e per l’elezione della Assemblea Costituente (la Carta costituzionale sarebbe stata approvata il 22/12/1947). Il risultato finale, contestatissimo tanto da impegnare ancora oggi gli storici, arrise al sistema repubblicano con un 54,26 % contro un 45,74 %, proclamato il 18 dello stesso mese dalla Cassazione. Mentre nel Centro-Nord si affermò la Repubblica con qualche sorpresa (vedi il Piemonte di tradizione Sabauda), tutto il Mezzogiorno votò compattamente per Casa Savoia con percentuali e forbici veramente alte.
Si pensi ai due estremi: tra i capoluoghi di provincia la più repubblicana fu Ravenna col 91,2 % mentre la più monarchica fu Messina con l’85,4 %. Una spaccatura tra le due Italie che perdura ancora. Che Leonardo Sciascia avrebbe poi definito la “linea delle palme”.
La Calabria fu sì monarchica (60,39 % vs 39,67) ma meno della Campania (76,47 % vs 23,53 %), della Puglia (67,22 % vs 32,78 %), della Sicilia (64,67 % vs 35,33 %), della Sardegna (60,76 vs 39,24 %). Solo la Lucania fece meglio (o peggio a secondo i punti di vista) con 59,51 % vs 40,49 %. Come si spiega il contenimento dell’avanzata monarchica nel territorio calabrese? Ciò fu dovuto, in gran parte, al voto dei centri del Marchesato e della Sila, dove c’erano state le prime lotte contadine nelle quali sorse, in nuce, un’idea rivoluzionaria prodromica di un antagonismo classista nei confronti dell’allora latifondo.
Le città più rosse, ovvero in cui prevalse la Repubblica, furono Crotone (55,22 % vs 45,01 %), Cirò (51,58 % vs 44,35 %), San Giovanni in Fiore (68,04 % vs 28,42 %), Acri (54,43 % vs 36,86 %).
Ma il contributo determinante per la vittoria repubblicana venne dai 27 comuni di lingua arbëreshe sparsi nelle province di Cosenza, Crotone e Catanzaro che prevalentemente optarono per girare pagina nella storia italiana che si era lasciata alle spalle il ventennio fascista coperto dalla casa regnante.
Questo il voto complessivo dei paesi albofoni: 17.417 voti andarono alla Repubblica e 14.798 voti si diressero verso la Monarchia. In particolare a Lungro, la Repubblica ebbe il 73,74 % e a San Demetrio Corone il 63,25 %, mentre a Cervicati, Firmo, Mongrassano, Plataci, San Basile, San Martino di Finita e Spezzano Albanese vinsero i monarchici sul filo di lana.
Nei tre capoluoghi di provincia prevalse l’orientamento della permanenza del Re in questi termini: Catanzaro 63,97 % vs 30,69 %, Reggio Calabria 65,18 % vs 30,72 %, Cosenza 60,09 % vs 35,44 %. In altri importanti centri Casa Savoia ebbe questi risultati: Vibo Valentia 75,69 %, Nicastro 51,93 %, Castrovillari 52,06 %, Corigliano 48,74 %, Palmi 58,51 %, Paola 52,35 %, Pizzo 75,21 %, Rossano 55,73 %, Serra San Bruno 50,03 %, Soverato 57,75 %, Tropea 86,59 %.
All’Assemblea costituente furono eletti due deputati monarchici: Francesco Caroleo di Catanzaro e Roberto Lucifero d’Aprigliano di Crotone, prefetto di Catanzaro nel 1943 e cugino di Falcone Lucifero che fu a lungo ministro della Real Casa con Umberto II in esilio ad Oporto.

*giornalista





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