«Questa “Repubblica” può rinascere se cala il debito pubblico»

di Ettore Jorio*

Necessita realizzare avanzi consistenti di bilancio dello Stato per fare calare il debito pubblico, oramai proiettato oltre quota 155%, con conseguente notevole risparmio di interessi da pagare.
E’ l’auspicio con il quale quest’anno voglio celebrare la festa della Repubblica. L’obiettivo irrinunciabile per evitare la rovina delle future generazioni. E’ quanto occorre realizzare, cominciando il prima possibile, utilizzando come vettore il «tesoro» nazionale che si verrà a creare con le nuove risorse europee (Recovery Fund dei 173 mld, incrementato verosimilmente dei 37 mld del MES). Il tutto, in stretta sinergia con le risorse (55 mld) del D.L. 34/2020 e con quelle derivanti dalla riprogrammazione plurimilionaria dei Fondi UE ordinari che consente lo spostamento dei finanziamenti non spesi verso il sistema sanitario e i settori dell’economia indeboliti dal Covid-19.

Cercasi una strategia unitaria e immediata
Per fare sì che tutto questo si traduca in rinascita del Paese, sprofondato in una diseconomia da dopo guerra dall’epidemia in atto, necessita generare un unico decisore pubblico ampiamente partecipato capace di fare due cose: sapere programmare le riforme strutturali occorrenti e attuarle con velocità, evitando ogni inghippo burocratico e ogni occasione di conflittualità politica.
La difficoltà principale sarà pertanto quella di realizzare un decisore d’insieme istituzionale che sappia rendersi interprete dei bisogni del Paese ed esercitare l’intraprendente ruolo di soggetto lungimirante.
Un compito spettante principalmente al Governo, da svolgere in perfetta sintonia con la volontà parlamentare, ma anche da esercitare dalle Regioni e dalle Province autonome nonché dal sistema autonomistico locale.
Il Recovery Fund plan europeo fonda, infatti, la sua esistenza sulla natura programmatoria dell’intervento, invero alquanto complesso e in quanto tale da costruire rigorosamente. Proprio per questo la Commissione UE pretende dagli Stati membri – che se ne renderanno destinatari/beneficiari, Paesi cosiddetti frugali permettendo – l’elaborazione di un attento Recovery Fund plan nazionale (per l’Italia di 173 mld, di cui 82 godibili a fondo perduto e 91 in prestiti). In buona sostanza, necessita al riguardo una tempestiva programmazione condivisa con il sistema delle autonomie territoriali e funzionali (Regioni ed enti locali nonché Università), che avranno l’onere di prevedere e realizzare i loro rispettivi percorsi di riforme strutturali e di rilancio del loro sistema produttivo.
Nello strumento di programmazione nazionale – opportunamente vigilato dalla Commissione a scadenze fisse, nelle quali saranno resi disponibili i corrispondenti ratei di finanziamento, sia in relazione ai corretti adempimenti degli obblighi riformatori assunti che ai risultati ottenuti – dovrà essere disegnato e, quindi, realizzato il percorso trasformativo che si riterrà di progettare rispetto all’Italia di oggi.

I vizi da togliere e i temi da privilegiare
La parola d’ordine è dunque: idee più chiare su progetti concreti. Quindi non più i soliti piani di manutenzione dell’esistente, bensì progetti che dovranno riguardare, tra l’altro: l’incentivazione della trasformazione ecologica dei sistemi produttivi, l’adeguamento del servizio sanitario nazionale, dimostratosi alquanto debole nell’affrontare la pandemia; la razionalizzazione del sistema fiscale; la digitalizzazione delle procedure e la semplificazione burocratica con la conseguenza di realizzare una PA più all’altezza dei suoi compiti; la riforma della giustizia nel senso di renderla più efficiente e non «infiltrata»; la rivisitazione della scuola e delle università, sì da non costringerle ad inseguire modelli esteri bensì ad essere dagli stessi poste a loro riferimento.
Poi, tanti investimenti durevoli in infrastrutture, soprattutto afferenti al trasporto e alla tutela del bene acqua inconcepibilmente dispersa nel Sud, in cautele antisismiche e idrogeologiche, in reti tecnologiche, in riorganizzazione del lavoro, in presidi e tecnologie sanitarie di avanguardia, in strutture di supporto creditizio alle imprese e all’artigianato.
In tal senso, un ruolo di primo piano dovranno quindi recitare le Regioni, chiamate come saranno a perfezionare – utilizzando in proposito anche le risorse UE ordinarie – le riforme strutturali di loro stretta competenza e di programmare gli investimenti fissi per rendere il loro territorio più attrattivo e produttivo, sfruttando favorevolmente il loro patrimonio naturale e culturale. Prioritariamente, dovranno provvedere a rendere la propria burocrazia più efficiente e, quindi, più pronta ad affrontare le sfide di crescita e di progresso che l’UE pretende.

Docente Unical*





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