«La vera svolta che dovrà compiere la Calabria»

di Ettore Jorio*

La grande svolta della Calabria, versione Jole Santelli, dipenderà – tra l’altro (ma forse soprattutto) – dal mettere insieme l’esercizio delle diverse politiche che compongono e determinano il benessere delle persone che vi abitano e che la frequentano. Quindi, anche dei turisti abituali e di quelli potenziali, che potrebbero contribuire a determinare il miracolo economico che alla nostra regione serve più di ogni altra, così com’è inguaiata di povertà, di disoccupazione e di disservizi.

LE INTENZIONI PARE CHE CI SIANO Il governo regionale dovrebbe, pertanto, impegnarsi a correggere l’esistente e generare l’indispensabile. Quell’essenziale senza il quale la vita dei calabresi rasenta l’impossibile, costretti come sono a sopportare una sanità che non c’è tanto da doverla cercare altrove, da una assistenza sociale che è peggio della sanità e da un ambiente non tutelato e di frequente offeso.
Di conseguenza, una grande attenzione dovrebbe essere riservata al sistema di protezione della comunità comunque dimorante nella nostra regione, intendendo per tale quello dedicato al benessere psicofisico delle persone, direttamente ma anche attraverso la cura degli animali destinati alla alimentazione, alla tutela del quotidiano dei disabili e degli anziani nonché alla concreta salvaguardia dell’habitat, dell’ecosistema e del territorio.
Un trinomio argomentativo che, seppure ovunque indissolubile, non ha rintracciato in Calabria alcun elemento di concretezza da realizzare attraverso la giusta sinergia dei suoi ambiti, certamente funzionale ad assicurare prestazioni e servizi di tutela sociosanitaria e ambientale in una logica di naturale e assoluta inscindibilità.

UN PASSATO CUI NON DARE SEGUITO Le cause che hanno determinato sino ad oggi la trascuratezza della protezione sociale in tal senso sono tutte da rinvenirsi nella negligenza della politica che ha via via governato la Regione. Un ceto di rappresentanti incapace di guardare al di là della punta del proprio naso e interessato unicamente a gestire l’esistente nonché ad accaparrarsi quante più nomine possibili, funzionali alla sua infinita permanenza sugli scranni generativi di potere e (ieri) di vitalizi. A tutto questo si è aggiunto un commissariamento ad acta, che ha ridotto ogni margine di intervento migliorativo del Ssr, ma soprattutto ha esentato la politica, per oltre un decennio, dall’assumersi le responsabilità di risultato nei confronti di una sanità in continuo peggioramento.
Come dire, alla politica nostrana è accaduto di studiare al liceo classico senza portare agli esami l’italiano, il latino e il greco per essere poi essere bocciata con un quattro in educazione fisica!

UN COMMISSARIAMENTO UTILE A TUTTI (SOPRATTUTTO ALLA POLITICA) TRANNE CHE AI CALABRESI Quindi, un commissariamento ad acta che fa due grandi cortesie alla politica. A quella nazionale, che attraverso esso incide monocraticamente su nomine, su accreditamenti & Co., sul futuro positivo per taluni e devastante per altri, sullo spessore del business che la tutela della salute assicura, imponendo peraltro in tal senso un comodo limite al miglioramento sistemico della sanità «occupata».
A quella regionale, imponendosi come condizione esimente della responsabilità del prodotto salutare, generativo di danni che ormai invadono più generazioni, cui vi è così modo di fare risalire, per l’appunto, ad altri le relative meritate colpe. Un modo, questo, per sottrarsi alla prova di generare il cambiamento di una sanità persino difficile a definirsi tale, attesa la sua propensione a peggiorare le condizioni di vita della collettività di riferimento.

UNA MINISTRA NON DEGNA DI DEFINIRSI DELLA SALUTE Tutto questo ha creato una situazione di ineguagliabile disagio per l’utenza, oramai stremata e ridotta alla povertà anche per cercare altrove i diritti negati in terra propria, e di facilitazione per la politica nella raccolta del giudizio favorevole. Ciò a prescindere dalle dimostrazioni offerte da una politica nazionale che ha rintracciato recentemente il suo massimo negativo nella decretazione di urgenza voluta dalla ministra Giulia Grillo, cui va fatta risalire la responsabilità politica della peggiore sanità di sempre.
Il riferimento è quel D.L. 35/2019 che ha distrutto nella Calabria della Salute finanche l’indistruttibile, rifilando ai calabresi una governance inimmaginabile persino per «il re dei cinici» nel suo delirio di augurare il male al suo peggiore nemico. Un management afflitto da tutti i vizi peggiori della burocrazia e dai limiti tecnici impossibili a rintracciarsi persino attraverso procedure agonistiche organizzate ad hoc.

DOBBIAMO FARCELA, È L’IMPERATIVO Dunque, un compito difficile quello della Regione di oggi, di compensare i gap tradizionali e sopravvenuti. Un ruolo cui la stessa potrà ben assolvere – al di là di aprire un tavolo di severa contestazione con il Governo sulla inutilità di mantenere in piedi il commissariamento in atto – solo rigenerando l’esistente attraverso la previsione di riforme strutturali che siano davvero tali. Non già per quelle vendute per ciò che non erano dalla precedente legislatura nell’ambito dell’assistenza sociale.
Una revisione strutturale dell’ambito della salute che si renda degna di questo nome cercasi. Una grande riforma che cambi le cose realizzando attraverso una legge quella ottimale sinergia tra gli anzidetti ambiti (sanità, assistenza sociale e ambiente) che conduca ad un sistema regionale concretamente e massimamente integrato.
Un passo legislativo che rimetta anche in discussione l’uso che si è fatto sino ad oggi e i risultati (non) conseguiti dell’ente strumentale regionale che si occupa (!) di ambiente, da elevare a coprotagonista della tutela della salute dei cittadini piuttosto che vegetare improduttivamente. Il tutto, anche a salvaguardia delle professionalità che raccoglie.
*docente Unical





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