«Dall’Europa quante risorse per il Sud?»

di Ettore Jorio*

«I soldi fanno venire la vista ai ciechi». È quanto sta avvenendo nella politica nazionale più restia nel rapporto con l’Ue. Finanche i sovranisti più ostinati, con l’odore di quattrini che si respira in giro, cominciano a sentirsi europei. Persino chi di politica «comunitaria» e delle sue ricadute nel Paese non si interessava affatto comincia a fare i conti, calcolatrice alla mano.
Insomma, con la pandemia causata dal coronavirus, i 27 Stati membri – nonostante le resistenze di quelli cosiddetti frugali – cercano di darsi una mano vicendevolmente, facendo propria la logica che i problemi, quelli strutturali e quelli emergenziali, possano e debbano risolversi con le politiche solidaristiche e cooperative con tanti euro destinati ad hoc.
Una scelta che impone agli Stati che la compongono un cambio di rotta culturale sul significato di Europa, sulla sua dimensione istituzionale e conseguente ricaduta sulle politiche nazionali.

Cominciamo con il bandire i retaggi
Ci sono, infatti, nel Paese alcune incrostazioni di troppo che sarebbe bene correggere, solo che si voglia realizzare una cultura istituzionale e collettiva capace di comprendere meglio la trasformazione in atto. Quella che ci conduce verso la costituzione di una Europa politica.
Per esempio, è ancora in uso in diverse Regioni denominare – tra le proprie importanti strutture dipartimentali afferenti ai loro rispettivi Esecutivi – quelle dedicate ad assolvere alla problematiche relative ai fondi strutturali con l’appellativo «comunitario» piuttosto che «unionale». Ciò, alla stregua di un retaggio culturale che ha impedito di digerire il cambiamento che si è svolto nell’Europa del dopo Maastricht (1992), introduttivo tra l’altro della «cittadinanza europea». Quel Trattato che ha trasformato, non solo nominalmente, la Comunità Economica Europea in Unione Europea, con la naturale conseguenza che le dette strutture che si occupavano e, di conseguenza, si denominavano «programmazione comunitaria» erano e sono da trasformarsi in dipartimenti e settori di «programmazione Ue ovvero unionale».

Dall’Europa per arrivare dove e come
Una precisazione non di poco conto che darebbe una mano ad acquisire nel bagaglio delle conoscenze collettive quel linguaggio tecnico-istituzionale comprensibile alle vecchie e alle nuove generazioni per muoversi meglio in Europa e per misurarsi sugli aiuti che essa mette a disposizione degli Stati membri.
Quindi, è dovere di tutti alzare l’asticella del confronto sin da percepire la funzione e le regole di distribuzione infrastatale delle provvidenze europee. Principalmente, su che cosa sono e su come debbano essere godute dalle istituzioni, nazionali e territoriali, definitivamente beneficiarie.
Un dato irrinunciabile che porterebbe, se ben digerito, non solo a meglio comprendere la diversità delle fonti finanziarie rese disponibili dal bilancio dell’UE ma a rendersi edotti della loro destinazione finale, che rappresenta uno dei problemi più attuali, specie di quelli che afferiscono al Recovery Fund plan, ma non solo.
In poche parole, al riguardo necessita ben capire come e in quale consistenza differenziata le stesse saranno distribuite alle Regioni per ivi costituire un indispensabile strumento di «ricostruzione» del dopo Covid-19.
In particolare, prescindendo dalla programmazione unitaria nazionale, che dovrà essere perfezionata dal Governo e dal sistema autonomistico territoriale, e l’erogazione delle risorse effettuata dall’UE a «stati di avanzamento», occorre comprendere, da subito, come e quando le anzidette risorse (173 mld, di cui 91 a prestiti e 82 a fondo perduto) saranno ripartite e quindi godute dalle Regioni.

Quali i criteri redistributivi per le Regioni?
In proposito, emergono degli interrogativi non di poco conto. Le domande che è naturale proporsi riguardano se a prevalere saranno le logiche perequative. Più esattamente, fondate sul fabbisogno epidemiologico derivato e del danno sopportato da coronavirus oppure sulla consistenza demografica degli enti territoriali potenzialmente destinatari oppure, ancora, sugli indici di deprivazione socio-economico-culturale che le Regioni rappresentano?
E ancora. Relativamente al Mes, indispensabile per mettere in sicurezza il SSN, saranno tenuti in considerazione i recenti richiami della Corte dei conti (Rapporto 2020) sull’errato abbandono dell’assistenza territoriale a tutto vantaggio dei grandi ospedali? E di queste risorse, quante e come saranno dedicate al Sud per rimediare la sua sanità da terzo mondo, con ospedali sprovvisti dei requisiti minimi per essere considerati tali?

Dalle scelte, la possibile ripresa del Mezzogiorno
Dalle risposte, meglio dai criteri che saranno concretamente adottati, dipenderà l’esito della rinascita del Paese e, con essa, il rinascimento che il Sud pretende inutilmente da sempre.
Immaginiamo quanto sia importante per la nostra regione, l’individuazione dell’esatto criterio ridistributivo. E’ fuori di dubbio che la corretta analisi critica dell'(in)esistente e la scelta dell’indice della deprivazione socio-economico-culturale per determinare l’indispensabile, sia con la modalità del finanziamento (quota parte dei 91 milioni) che del contributo a fondo perduto (quota parte degli 82 milioni), ci farebbe quantomeno sperare per un futuro migliore, ove non c’è più spazio per il peggio!

*docente Unical





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