«Il deludente piano per rilanciare il Paese»

di Ettore Jorio*

Un panorama nuovo, pieno di risorse e di speranze, rispettivamente da utilizzare scientificamente e da soddisfare esercitando la migliore politica. Una delusione (peccato perché ci si aspettava molto di più), il Rapporto sulle «Iniziative per il rilancio “Italia 2020-2022″» al Presidente del Consiglio, che altro non è che la conta, in 53 pagine, di quanto si va dicendo da sempre. Insomma le solite cose. Peraltro, con qualche grave trascuratezza, per esempio nel trattare le Rsa (citate una volta sola a pag. 40 in un contesto generale e insufficiente) che hanno rappresentato, ovunque, la più grande debolezza del sistema sociosanitario e socio-assistenziale, tanto da dovere essere radicalmente ripensate.
Occorre molto di più per vincere la partita del cambiamento, quello vero e radicale.

Il terreno di gioco
Da una parte, a disposizione del Paese, due strumenti finanziari: il Mes destinato, a zero costi, a compensare, per un valore di 37 Mld, i danni derivanti dall’epidemia da Covid-19 e a contribuire a migliorare il sistema della salute uscito alquanto malconcio in termini di efficienza; il Recovery Fund per un valore annunciato di 173 Mld – tuttavia da confermarsi in sede di Consiglio Ue – sui 750 Mld del Fondo per la ripresa europeo da finanziare con emissioni obbligazionarie unionali. Due strumenti perfettamente compatibili anche per riscrivere la sanità, nonostante qualcuno, stranamente, li ritiene (quasi) alternativi, così come ha fatto il viceministro Sileri nella sua intervista su IlSole24Ore di ieri.
Dall’altra, le esigenze della Nazione di vedere risolti i suoi problemi, quelli di sempre e quelli sopravvenuti a causa del coronavirus.
In mezzo, la politica che questa volta dovrà ben distinguersi dalle occasioni perse nel passato, invero mai così ricco di risorse nazionali ed europee.

Privilegiamo il sotto rete o il fondo campo?
Le logiche perseguibili posso essere quelle di affrontare e risolvere le difficoltà determinate dalla pandemia ovvero, alternativamente, di cogliere l’occasione per aggredire (finalmente) tutto ciò che non funziona e realizzare le riforme strutturali occorrenti.
Perseguendo la prima, si perderebbe la finale in soli due set, dove è in palio la crescita.
Attraverso la seconda, si avrebbe modo di fare ripartire il Paese assicurando allo stesso gli strumenti per cambiare il suo essere, da sempre ricco di problemi e povero di soluzioni, e la velocità per farlo, tanto da affrontare la competizione che vigerà nell’UE per continuare ad esercitare ivi il protagonismo meritatamente goduto in questa chance perequativa.

Il servizio è l’arma vincente
Tutto questo dovrà portare il Paese a legiferare meglio di come ha sempre fatto, anche in questa occasione pandemica, caratterizzatasi per testi legislativi elefantiaci, pieni zeppi di adempimenti attuativi e inadatti a risolvere i problemi dell’immediato, spesso di sopravvivenza delle imprese e delle persone. Dovrà affrontare il toro per le corna.
Riforma fiscale e del procedimento amministrativo, semplificazione e riduzione dei carichi burocratici nel concretizzare gli investimenti pubblici destinati alle infrastrutture strategiche alla crescita, riforma della responsabilità erariale dei dipendenti della PA e digitalizzazione sono una buona parte degli step irrinunciabili per dare al Paese velocità e assicurare alla comunità quantità/qualità del prodotto istituzionale.
La previsione di consistenti «Fondi Covid» per sostenere turismo, cultura, istruzione, ricerca, lavoratori e famiglie in difficoltà dovrebbe completare il ventaglio delle cose da fare.

La sanità su tutto
La rivisitazione del sistema sanitario, così come sta supponendo di fare da subito la Regione Lombardia, nel senso di renderlo più efficiente di quanto ha dimostrato di essere stato sotto pressione epidemica, costituisce un adempimento politico non rinviabile. Un dovere istituzionale da assumere con il coraggio di mettere in forse l’aziendalismo esasperato che lo ha ridotto nelle attuali condizioni, ove l’assistenza territoriale è stimata ai minimi termini, anche a causa della eccessiva tolleranza assicurata alla medicina convenzionata, da rivedere forse nella sua retribuzione quasi forfetaria. Al riguardo, l’agenzificazione del Ssr e il passaggio dal convenzionamento dell’assistenza primaria a rapporti di dipendenza organica potrebbero rappresentare, rispettivamente, due possibili soluzioni da prendere in seria considerazione.
Il tutto, nella indiscutibile logica di potenziare l’assistenza territoriale, e con essa la prevenzione, da tempo mancante su tutto il territorio nazionale con punte di esasperata inesistenza, e di rimodulazione del livello di spedalità, prevedendo la revisione degli attuali modelli ospedalieri, la riapertura di tanti di quelli chiusi spesso impropriamente e l’indispensabile ripensamento del sistema delle RSA, anche di quelle medicali, dimostratosi più un (grande) problema che una soluzione in tutto il Paese.

Governo fuoriclasse cercasi
Il ruolo più importante, per realizzare tutto questo, dovrà essere ovviamente esercitato dallo Stato in termini di programmazione degli interventi da perfezionare con le risorse europee. Dovrà farlo adottando i criteri e le migliori logiche di perequazione interna, a tutela delle aree più deboli, così come costantemente sollecitato nel piano c.d. Colao.
Più esattamente, la programmazione nazionale, da essere sottoposta al vaglio UE, dovrà essere fondata, solo che si voglia pervenire alla logica di rendere produttivo l’insieme Paese, sul bisogno reale dei singoli territori regionali e prescindendo, quanto più possibile, degli esiti ivi registrati a seguito dell’epidemia. Un modo per consegnare alle stesse le chance di crescita egualitaria, partendo dalle condizioni di arretratezza che hanno reso il Paese suddiviso in territori a diverse velocità.
Fondamentali saranno i progetti così come lo saranno i criteri redistributivi concretamente adottati, dai quali dipenderà l’esito della rinascita del Paese e, con essa, il rinascimento che il Sud pretende inutilmente da sempre. Tra questi, con particolare riferimento alla quote di contributo europeo a fondo perduto, quello di privilegiare l’indice della deprivazione socio-economico-culturale, compensativo di quanto reso indisponibile sino ad ora.

*docente Unical





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