«Sanità, il governo mette mano alle cattive leggi»

di Ettore Jorio*

La decisione del governo Conte di cominciare a «portare le carte in Tribunale» su ciò che si fa in Calabria per «garantire» la salute ai calabresi costituisce un buon segno. Soprattutto dopo le responsabilità (gravissime) assunte dalla ministra Grillo, all’epoca dell’Esecutivo giallo verde, con il decreto salva-Calabria (rectius, rovina-calabria) e quelle dell’attuale ministro Speranza di mantenerlo in piedi e di inviare in Calabria a governare la salute il peggio di quello che c’è in circolazione. Resosi responsabile di uno shock organizzativo che non trova eguali nel Paese, con la collettività abbandonata a se stessa dalla continuità delle scelte sbagliate ovvero dalla omissione delle stesse, tutte riconducibili a un decisionismo non propriamente sobrio.
Finiamola di legiferare di male in peggio
L’impugnativa del Consiglio dei ministri avanti la Corte costituzionale della legge 1/2020 – che tra l’altro rappresenta un capolavoro di arlecchinaggio giuridico – nella parte (artt. 9 e 10) in cui disciplina la «integrazione» (istituto non conosciuto dall’ordinamento) dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria “Mater Domini – Pugliese Ciaccio”, fa supporre (si spera) che il Governo si sia finalmente accorto dell’insostenibilità del nostro sistema sanitario e di come lo stesso viene quotidianamente trattato. Ha deciso quindi di intervenire, si spera imponendo un management di qualità a presiedere il commissariamento governativo in atto.
La Calabria lager
Un dovere ineludibile che, proprio perché disatteso da decenni, ha fatto diventare la Calabria una sorta di laboratorio del cinismo assistenziale, ove qui si provano le metodologie da escludere e, quindi, da non replicare altrove. Una condizione di alto disagio nei confronti della quale si è resa artefice la Regione, con affidamenti di responsabilità non propriamente indovinate. Un vizio che sembra perpetrarsi in questi giorni, attesa la notizia in circolazione da tempo che, pare, che venga qui importato per dirigere la sanità regionale chi non è stato gradito altrove e chi di sanità erogata non sa neppure cosa sia. Vedremo.
Tanti gli interventi a cominciare da sei anni fa
Quanto all’impugnativa del Governo sull’azienda unica integrata catanzarese si comincia a leggere su questa rivista di tutto e di più. Alcuni condivisibili; altri da rinviare al mittente.
Sul tema, sarebbe normale rivendicare da quando (2015), quante volte e dove (Sole24Ore Sanità, QuotidianoSanità e su questa Rivista) ho sostenuto l’erroneità dei percorsi intrapresi in tal senso dalla Regione Calabria con la complicità o meno dei commissari ad acta che si sono succeduti. Tutte sbagliate, sotto il profilo procedurale. le ipotesi intraprese per generare un’azienda ospedaliera univa universitaria di Catanzaro. Errori elementari, dimostrativi di una assenza assoluta delle procedure amministrative, civilistiche e fiscali. Sarebbe troppo lungo l’elenco, sotto certi aspetti anche inutile, degli articoli e delle sollecitazioni mosse in proposito, anche perché oramai in attesa della decisione che spetterà alla Corte costituzionale, con il verosimile accoglimento delle eccezioni mosse dal Governo.
Buona l’iniziativa politica del Governo
Interessante la volontà espressa dall’Esecutivo tendente ad aprire un tavolo, verosimilmente per risolvere non sono il problema specifico dell’erogazione a Catanzaro del livello di assistenza ospedaliera bensì, ce lo auguriamo tutti, per indirizzare il futuro del sistema sanitario calabrese, ahinoi, recentemente sottoposto a vani e improvvidi tentativi riformisti, il più delle volte campati in aria sia sul profilo delle opportunità che il diritto offre che del merito.
Trattiamola, finalmente, come merita
La sanità è cosa seria, e qui in Calabria merita di essere finalmente trattata come tale e non più come qualcosa della quale tutti ne parlano, quasi sempre impropriamente, ma nessuno fa qualcosa per dare ad essa la svolta liberatoria. Un appellativo usato per sottolineare quanto incida la sanità nell’esercizio delle libertà fondamentali che spettano all’individuo per esercitare ed esigere concretamente, a mente della Costituzione, i diritti di cittadinanza. Libertà di godere della necessaria prevenzione, per sé e la propria famiglia, che da queste parti non si sa neppure in che cosa consista. Libertà di curarsi e riabilitarsi presso la migliore offerta, indipendentemente se pubblica o privata (si badi bene accreditata e in quanto tale equivalente alla pubblica), ove la prima ha il dovere di battere, in concorrenza amministrata, la seconda a colpi di efficienza ed efficacia. Libertà di potere accedere ai servizi erogativi nei tempi occorrenti alla propria salute senza intercessione alcuna.
Vediamo cosa evitare e cosa fare
Per fare tutto questo esiste la ricetta, più facile da realizzare che da condividere in una regione ove a prevalere sono i campanili, le diffuse ignoranze in materia, gli egoismi, le difese ad oltranza dei ceti professionali indifendibili perché utili alla generazione del consenso politico clientelare, la corsa a parlare del tema senza avere una chiara idea di ciò che si possa o non si possa fare, di ciò che è conveniente fare. Un difetto di conoscenze, quest’ultimo, che sta causando il moltiplicarsi di iniziative spesso fini a se stesse e difensive di tesi frequentemente vicini di casa con i propri interessi.
Tante le cose da non fare. Prioritariamente, non proporre riforme a vanvera e dimostrative di tifoserie cittadine del tipo quelle che trovano ospitalità nelle finali dei campionati di calcio. Non mal concepire la ratio e, quindi, sbagliare la elaborazione delle leggi riformatrici. Evitare di perdere tempo prezioso con disegni dei legge – del tipo quella che nel 2007 (art. 7 L.R. 11/2007) mi fece impazzire nell’aggregare le allora 11 Asl in 4 Asp, con tanto di ricostruzione del debito regionale accumulato al 2008 (a disposizione della istituzione regionale e del Governo nazionale del tempo), anche in relazione alle allora 3 Asl reggine perché una (quella del Capoluogo) era sciolta per mafia e di conseguenza era stata esclusa dall’accorpamento – che determinerebbero peggioramenti sistematici di erogativi, difficili poi da correggere.
L’invito del Governo a comporre e partecipare ad un Tavolo per discutere di sanità calabrese – nel quale anche pretendere un management diverso, per qualità, da quello impudentemente impegnato oggi nella sanità calabrese – potrebbe rappresentare l’occasione giusta, quella da non perdere.
*docente Unical





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