«Catanzaro merita un museo nazionale unico»

di Franco Scrima*

E se l’antico convento delle clarisse di Santa Chiara venisse destinato a museo nazionale?
L’edificio è quello che fino a pochi anni fa ospitava la caserma “Triggiani”, sede del comando provinciale dei carabinieri; un immobile che dentro le sue pareti conserva ancora una parte importante della storia della Città, uno stabile che, nonostante tutto, l’amministrazione provinciale ha ritenuto di vendere per incassare denaro, realizzando un “affare” da 14 milioni di euro. Ora è possibile che li dovrà restituire perché sembra che l’operazione non poteva essere fatta trattandosi di un palazzo il cui interesse storico e culturale è vincolante e non avrebbe potuto consentire alla Soprintendenza regionale di rilasciare il nullaosta per la vendita.
Si deve dedurre che chi, da parte della Provincia ha preparato la pratica per il nullaosta a vendere da inviare alla Sovrintendenza archeologica, non l’abbia corredata dei documenti richiesti, perché altrimenti sarebbe stato possibile evidenziare il reale valore dell’immobile. La condizione più importante fa risalire le sue origini al XIII secolo; dunque uno stabile di importanza storica.
Nel rapporto della direzione regionale dei Beni Culturali e Paesaggistici della Calabria così si legge: «L’edificio rappresenta uno dei più importanti e fiorenti ordini monastici della città. E anche in seguito alla trasformazione in struttura militare, ha continuato a rappresentare un tassello architettonico e urbano fondamentale per la storia di Catanzaro». Inoltre, all’interno dello stabile, «emergono elementi che rimandano all’originaria Chiesa di Santa Chiara con annesso convento delle clarisse».
Dunque riferimenti storici importanti che l’amministrazione Provinciale di Catanzaro non avrebbe fornito, ritenendoli forse di scarsa rilevanza, allorché predispose la relazione che accompagnava la richiesta di autorizzazione a vendere. E dire che era noto ai più che l’edificio sorgeva sull’ex monastero di Santa Chiara, il più antico della città di Catanzaro, realizzato nel lontano 1294 per iniziativa dei conti Ruffo.
Superficialità? Errore? Scarsa conoscenza della storia? Certo è che il funzionario che portò alla firma del presidente della Provincia la relazione da inviare alla Sovrintendenza regionale, ha dimostrato di non sapere nulla di Catanzaro, del suo passato e, in particolare, di quell’edificio. E come lui anche il presidente dell’Ente che si spera non abbia letto il documento prima di sottoscriverlo.
Ma ritorniamo alla proposta: perché destinare lo stabile a museo? Intanto perché la città ne è sprovvista, ma anche perché sarebbe meritorio decidere di concentrare in un unico edificio il patrimonio storico di cui la città dispone. Oggi a Catanzaro si contano almeno sette insediamenti museali il più importante dei quali è quello archeologico numismatico provinciale che è stato allogato in locali di fortuna in una parte di un edificio che si trova all’interno di Villa Trieste. Ci sono ancora il museo delle arti, il museo del Rock, quello storico militare della Brigata Catanzaro, il museo delle carrozze, il museo dell’arte e della seta e la Casa della memoria di Mimmo Rotella, che è il più recente.
Concentrarli in un’unica struttura significherebbe, come accade per molte altre città, consentire ai visitatori di ammirare i tanti reperti del passato di Catanzaro. Il museo, infatti, è il luogo in cui la storia, la cultura e l’estetica si uniscono perfettamente. Capire che un museo può rappresentare un hub culturale, attraverso il quale è possibile l’interazione con la società, significa riuscire a colmare lacune culturali che ancora oggi ci sono in larghi strati della stessa società catanzarese. Non è retorico ricordare che un museo è una raccolta, pubblica o privata ha scarsa importanza, di oggetti relativi ad uno o più settori della cultura, una ricerca delle testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente. Il museo le acquisisce, le conserva, le comunica e, soprattutto, le espone a fini di studio, educazione e di diletto.
Se il motivo della sua realizzazione, così come suggerito, dipende dalla “partenità” di chi ha avuto l’idea siamo disponibili ad abiurarla e a concedere i meriti a colui che riuscirà a realizzare l’opera.
*giornalista





Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto