«Callipo, Tallini, il negus e Klaus Davi»

di Mimmo Nunnari*

Consiglio regionale

Callipo se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato, potremmo dire parafrasando Palmiro Togliatti che, sotto lo pseudonimo di Rederigo di Castiglia, così salutava (con la strofa di una celebre canzone napoletana) l’uscita dal Pci di Elio Vittorini. Ci ha lasciato Callipo, allontanandosi dal Consiglio regionale presieduto da un signore che si chiama Mimmo Tallini, noto per un recente dotto discorso in aula con cui ha rivalutato il colonialismo fascista; tanto bello e per niente razzista – secondo la “sua cultura” – che il Negus Hailè Salassiè nell’ultima visita che fece a Roma salutava la gente col saluto romano (testuale).
Mah! Avrò fatto cattive letture, e non conosco i libri dove il presidente Tallini ha nutrito la sua cultura civilizzatrice, ma a me risulta che il Negus fu cacciato in malo modo e che la civilizzazione dell’Abissinia fu fatta… con un po’ di avvelenamenti di pozzi e di fucilazioni di massa nei confronti di coloro che apparivano schierati col negus. Ma che volete che sia un po’ di pirite o di altri gas tossici se si deve portare la civiltà. È come quando l’America decide di portare la democrazia in Irak: un’impiccagione qua, un po’ di cannonate là, e il gioco è presto fatto. Oddio presto proprio no (com’era nei desideri) e infatti la campagna d’Africa non è stata una passeggiata, come Mussolini pensava, ostinato com’era a voler civilizzare gli Abissini, anzi fu l’inizio della fine del fascismo.
Ma torniamo a Callipo, che se n’è ghiuto, ed è stato sommerso da tonne… llate di critiche, alcune giuste e altre ingiuste. Pippo, nome con cui tutti conoscono il cavaliere del lavoro, non solo a Pizzo, il suo regno, è persona perbene, imprenditore capace, amante appassionato della Calabria. Ha voluto a tutti i costi la bicicletta per correre, ingenuamente, verso un traguardo, che non avrebbe mai raggiunto, e poi ha gettato la spugna. Non si è dimostrato un campione. Un campione, non s’arrende mai. Ma ha dalla sua di avere sperimentato che la corsa era su piste fangose, piene di chiodi che quelli delle tribù, di destra e sinistra, avevano seminato lungo il percorso, per bucargli le ruote, e che i rifornimenti, nei passaggi cruciali della campagna elettorale, erano fatti con pasti avvelenati. Non poteva vincere, se n’è accorto tardi, e lo ha preso lo sconforto. Se n’è ghiuto. Va umanamente rispettata la sua decisione. Ma è il segnale che ha lanciato, col messaggio di congedo (lettera delle dimissioni), che è debole.
Bisogna intuire (leggendo tra le righe) che nel Consiglio regionale non c’è agibilità democratica, che il sistema è governato non da tribù (partiti) ma da una sola Tribù (il partitone trasversale) che comprende tutti: belli, brutti, destra, sinistra. Con le dovute eccezioni, come si dice, a cui affidiamo le nostre residue speranze di cambiamento. Callipo aveva il dovere di essere più chiaro, magari rivolgendosi pure al presidente della Repubblica, per dire che in Calabria la democrazia è sospesa e che i partiti nazionali vedono la regione solo come granaio di voti e trovano sudditi ben disposti a “vendersi”. Anche il Pd, che ha voluto Callipo, è così: da anni senza un’idea, un progetto, una visione, un tentativo di approfondire, capire. Solo alla ricerca un giocatore che possa vincere, alla roulette delle elezioni. Annamo bene… come dicono a Roma.
Da queste parti non ci facciamo mancare niente, neanche gli spot maleducati da marketing aggressivo, tipo il mio detersivo lava meglio e il tuo è inquinato, per cui compra il mio. Apriti cielo. Il risultato è che col filmato (“Venite in vacanza da noi, al Nord ci si ammala”) i sindaci della Locride o chi quello spot ha promosso, ha fatto diventare permalosi molti al Nord, a partire dal presidente veneto Zaia. Ci siamo fatti scippare anche la “permalosità” dal razzismo del Nord che sopportiamo da sempre con pazienza e che dovremmo respingere in maniera intelligente, non con temi da stadio dove loro tra l’altro sono più bravi.
Ma c’era proprio bisogno? Gli eredi della civiltà ellenica, i custodi della cultura classica, dei luoghi popolati di templi greci, sculture, ville romane, anfiteatri che abbiamo contribuito in parte a distruggere con politiche ambientali vergognose e massacri edilizi, possono scendere nell’agone mediatico pubblicitario come fossero venditori di detersivi? O magliette di squadre di calcio? No, non abbiamo bisogno di Klaus Davi (che pure è un bravo ragazzo) per fare queste cose, noi che in passato abbiamo avuto ospiti come Umberto Zanotti Bianco.
*giornalista e scrittore





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