«La malattia mentale non generi rossore»

di Nunzio Raimondi*

Oggi, con questo aumento delle notizie di uomini e donne morti suicidi, mi è tornato in mente un caso esemplare:ne voglio parlare, quindi, non avendo certamente la pretesa di sconfinare nel campo, peraltro assai complesso, della psichiatria, che, com’è noto,richiede specializzazione ed alta competenza.
Pertanto, non scriverò dell’atto in sé (anche se la condizione di “cattività” di questi ultimi mesi ha oggettivamente moltiplicato le insofferenze e le disabilità mentali) ma di un fenomeno sociale piuttosto diffuso, quello delle famiglie che si vergognano di condividere con la comunità la malattia mentale dei loro congiunti. Lo spunto mi viene da un recente fatto di cronaca nel quale un giovane si è buttato giù dalla finestra e la famiglia ha chiesto di accertare i motivi del gesto.
Ricordo al proposito un caso simile, avvenuto qualche anno fa: il figlio di una persona, molto conosciuta, si buttò giù dalla tromba delle scale. La famiglia cercò di farlo passare per un incidente ma, in realtà, si trattò di un gesto estremo di un giovane afflitto da una grave patologia mentale.
Il padre si era sempre vergognato di questo figlio malato e della sua malattia, gabellando questa vergogna per riservatezza. Ma il gesto eclatante lo presentò d’un tratto all’opinione pubblica per quel che era ed era sempre stato e, quindi, piuttosto che esporre la tragedia che aveva riguardato la sua famiglia, fece di tutto, pur nell’acuto dolore per la perdita del figlio, per nascondere l’origine del gesto, così come, per tutta la vita del giovane, aveva nascosto la sua malattia.
E il punto è qui.
La malattia mentale, come qualsiasi altra malattia, richiede non soltanto un appropriato intervento sanitario (e spesso questo intervento viene procrastinato soprattutto per la viziata volontà del malato…), ma anche una mobilitazione della comunità che venga in aiuto a queste famiglie così tanto provate.
Insieme a questo occorrono adeguati servizi d’igiene mentale che, spesso, non si occupano delle problematiche che riguardano i malati che rifiutano le cure.
Ed anche il sistema sanitario non offre soluzioni e strumenti adeguati, neanche in casi estremi.
In questa solitudine, mista a vergogna per questi malati, considerati come delle specie rare, delle “pecore nere” rispetto alla naturale tendenza dei genitori a vantarsi delle straordinarie qualità dei propri figli, insorge una penosissima quanto dannosa misura di contenimento, quella di “lavare i panni i sporchi in casa”, vuoi per proteggere il malato ma soprattutto per proteggere sé stessi dal giudizio, spesso perfido, degli altri.
Quanta ipocrisia e quanta immaturità vi sia in questa condotta, ciascuno lo vede.
Quando ero ragazzo ricordo che vi erano giovani volontari (non solo cattolici) che si prodigavano per dare una mano alle famiglie che avevano in casa ragazzi spastici oppure affetti da malattie così gravi da non poter riconoscere in questi malati (fiorivano però pietose opinioni contrarie…) nemmeno un briciolo di capacità cognitive.
Ecco, penso che sarebbe davvero necessario che, vincendo la naturale paura ed avversione verso la malattia mentale (giudicata spesso come idonea a produrre ”effetti indesiderati” in chi vi si accosti), si tornasse a formare quelle squadre di volontari che offrano assistenza domiciliare a questi malati, posto che non sembra che su questo il servizio sanitario sia particolarmente sollecito (mentre davvero occorrerebbe una presa di coscienza del fenomeno da una politica seria e non litigiante su populismi ed similia).
Non voglio certo dire che i tragici epiloghi che riguardano queste persone ammalate, sian frutto dell’ipocrisia di chi preferisce nasconderli in casa, ma la solitudine di queste famiglie è un fatto che va rimarcato ed il mancato sostegno della comunità verso queste disabilità mentali, pure.
Come spesso accade, infatti, silenziosamente e senza particolari menzioni (ad eccezione di quelli che quando fanno il bene chiamano prima le televisioni..), il volontariato riesce a sopperire a gravi carenze dei servizi sociali e sanitari nel nostro Paese.
Ma qui si può fare di più, perché si possono aiutare le famiglie oppresse da queste difficoltà (e quante ve ne sono celate alle statistiche…) ad aprirsi alla comunità, a condividere il loro problema, senza vergogna e senza nascondimento, perché essere malati non è un disonore!
In questa società dei vincenti e della rincorsa al successo, dunque, guardiamoci indietro e vedremo che la superficie non luccica affatto: inutile perciò coprirla soltanto per tacitare la propria coscienza.
*avvocato





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