«Servizio idrico, dalla crisi una possibilità di rilancio degli investimenti»

di Adriano Mollo *

Il 14 febbraio il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, hanno presentato a Gioia Tauro il Piano per il Sud. Sono passati solo 4 mesi, sembra un’eternità per gli effetti della pandemia che ha modificato l’agenda politica e la vita degli italiani. L’obiettivo di riduzione dei divari infrastrutturali e sociali tra cittadini e territori, anche alla luce delle opportunità delle risorse finanziarie dell’Unione Europea, deve essere perseguito fino in fondo se si vuole riavviare l’economia e attrarre investimenti.
Utilitalia, l’associazione che raggruppa le più grandi aziende di servizi pubblici locali di interesse economico generale (energia, idrico e rifiuti), ha pubblicato un documento per sollecitare il governo ad attivare una serie di misure per rilanciare gli investimenti in un settore, quello delle multi utility, capace di generare il più alto tasso di occupazione e di prodotto interno lordo.
In particolare Utilitalia, con un focus sul Sud pubblicato di recente per il settore idrico, sollecita politiche per colmare il gap tra Nord e Sud Italia, al fine di garantire l’erogazione di servizi di qualità su tutto il territorio. “E’ necessario – è scritto nel rapporto – contenere le perdite di rete e incrementare la resilienza rispetto ad eventuali crisi idriche future, attraverso lo sviluppo di nuove reti acquedottistiche, la riduzione dello sfruttamento delle fonti di approvvigionamento e l’ammodernamento delle infrastrutture”. Qui scorgiamo la prima differenza sostanziale e culturale tra le aziende del settore e molti sindaci calabresi, che ricordiamo, gestiscono il servizio idrico in Calabria. Le aziende sono contro lo sfruttamento generalizzato delle fonti, in linea con le battaglie ambientaliste, mentre in Calabria, basta leggere i giornali, gli amministratori locali pensano che la soluzione alla carenza idrica sia la costruzione di nuovi pozzi e non il corretto utilizzo di quella disponibile che, nella peggiore delle ipotesi, è il doppio degli standard europei.
Il documento di Utilitalia arriva a pochi giorni dallo svolgimento degli Stati Generali e della discussione del piano elaborato per conto del governo dall’ex a.d di Vodafone Vittorio Colao. Un piano di 121 schede, suddivise in 6 aree tematiche che affronta anche le criticità dell’attuale legislazione che impedisce in Italia e soprattutto al Sud, gli investimenti nel settore idrico. Basti pensare che la Calabria ha disponibili oltre 100 milioni di euro per l’ammodernamento delle reti idriche comunali, oltre 200 milioni per la depurazione, 56 milioni per le dighe.
Parte di questi progetti sono stati traslati dalla programmazione comunitaria 2007-2013 e inseriti del Fondo nazionale di Sviluppo e Coesione e nel Patto per la Calabria siglato nel 2016, perché 7 anni non sono bastati per realizzare i progetti.
I ritardi attuativi in Calabria e in pochissime regioni del Sud, viene spiegato nelle relazioni, sono il risultato della mancata attuazione della riforma di settore (decreto legislativo 152/2006) che ha abrogato la legge 36/94, nota come “legge Galli”. Il completamento della riforma è oramai ineludibile; la Commissione Europea ha fatto sapere che nella nuova programmazione 2021/27 non sarà possibile finanziare investimenti senza l’approvazione dei piani d’ambito e senza l’affidamento della gestione secondo le disposizioni di legge.
Negli ultimi cinque anni, a più riprese, il Governo ha diffidato la Regione Calabria a completare il processo di riforma che prevede l’operativa piena dell’Autorità idrica (varata dopo sette anni dalla chiusura degli Ato legge regionale 36/2010) e l’affidamento del servizio idrico integrato ad un gestore unico regionale.
Per capire la dimensione del problema e le opportunità che la Calabria rischia di perdere, basta guardare oltre confine, dove Acquedotto Pugliese, in piena emergenza Covid, ha lanciato un piano di investimenti di 670 milioni di euro per l’ammodernamento delle reti idriche, peraltro le più efficienti del Sud Italia, con il sistema del project financing. Avendo Acquedotto Pugliese una morosità del 5% a fronte di un fatturato di 550 milioni di euro, sarà facile trovare investitori sul mercato. Cosa diversa per la Calabria, dove la tariffa applicata dalle gestioni comunali non solo è tra le più basse, ma non viene incassata nella quasi totalità dei Comuni calabresi e il tasso di morosità varia dal 60/70% fino a punte del 90%. L’elusione della tariffa incide profondamente sulla sostenibilità economica dei servizi di pubblica utilità come acqua e rifiuti. C’è una parte del paese che riesce a coprire i costi di gestione, fare investimenti da tariffa e rendere ai cittadini un servizio efficiente. C’è poi il Sud, tranne piccole isole felici, dove la mancata riscossione si abbatte da anni sui bilanci dei Comuni che, nonostante le legge dal 2014 lo impedisca, continuano a gestire in economia il servizio idrico che accumula sempre più perdite economiche e finanziarie, fino a provocarne il dissesto degli enti stessi. Tutto ciò si rispetta sulla tenuta tecnica degli impianti del servizio idrico e depurativo.
Questo problema viene affrontato anche dal Piano Colao, suggerendo al governo di “rafforzare i meccanismi di riscossione dei crediti di tutta la filiera idrica, con l’obiettivo di sostenere gli investimenti e migliorare la qualità dei servizi”.
E’ proprio la complessità del contesto normativo, come già sottolineato, mai attuato in Calabria, che impedisce la celerità degli investimenti. Il sistema di governance del settore idrico è multilivello – spiega il Piano – con interazione di organismi di livello sovra-nazionale (direttive UE), nazionale (Ministero Ambiente, per gestione risorse e perdite, ARERA, per metodo tariffario e regolazione servizi idrici) e territoriale (Regioni, Province, ATO , per approvazione nuovi progetti, attribuzione nuove concessioni ed operazioni su infrastrutture esistenti). Nel Piano Colao si suggerisce un nuovo meccanismo di governance che punta sul modello dell’Acquedotto Pugliese (proprietà 100% Regione Puglia) esportabile nelle altre regioni. Inoltre sollecita modalità decisionali cogenti fra Ministeri e Regioni competenti per individuare il perimetro di investimenti e incentivando lo sblocco di investimenti già individuati, già finanziati, ma non ancora attuati, attraverso partenariati pubblico-privati.
Colao si spinge oltre e suggerisce la separazione societaria tra grande adduzione che richiede in genere grandi opere ed investimenti e operatori della distribuzione. Il modello suggerito, in questo caso, tenta di trovare una soluzione per l’Eipli (Ente per lo sviluppo dell’irrigazione e la trasformazione fondiaria di Puglia, Lucania e Irpinia), costituito nel 1947, in liquidazione da oltre 40 anni, gestore dei più grandi schemi idrici ad uso agricolo e potabile del Mezzogiorno, (Jonico –Sinni, Basento-Bradano e Ofanto), composto da 8 dighe, 4 traverse e le sorgenti Tara, centinaia di chilometri di adduttori che forniscono risorsa idrica all’agricoltura del Materano, Taranto, Bari e per piccole quantità l’alto Jonio cosentino. Nulla a che vedere, ovviamente, con la grande adduzione dei 157 acquedotti regionali calabresi in gestione alla Sorical.
La necessità di un piano decennale di investimenti per il servizio idrico calabrese è anche nello studio che Sogesid, la società del Ministero delle Infrastrutture, ha consegnato anni fa alla Regione.
La necessità di investire è dettata dalla bassa qualità della rete idrica, con perdite di acqua notevoli ed affidabilità della fornitura idrica non in linea rispetto agli standard europei. Colao nel piano evidenzia anche il progressivo invecchiamento delle centrali idroelettriche (alcune costruite oltre 70 anni fa) a discapito della produttività di una delle più rilevanti fonti di energia rinnovabile. Sul territorio calabresi si contano diverse centrali idroelettriche, alcune con enormi capacità produttive come quelle di Enel e A2A che utilizzano l’acqua dei laghi silani. In questo contesto il Piano Colao propone al Governo di “prevedere la separazione societaria tra operatori di approvvigionamento/adduzione di acqua (che richiede in genere grandi opere ed investimenti) e operatori della distribuzione – Ripensare il metodo tariffario per incrementare da un lato l’attrattività per gli operatori del comparto (favorendo anche le aggregazioni e la creazione di partnership pubblico-private anche con operatori multi-utilities e del settore energetico), mantenendo dall’altro l’accessibilità, anche economica, al bene”. Sarà un caso, A2A è tra le maggiori multi-utilities italiane e gestisce il servizio idrico nella città di Milano attraverso “Metropolitane Milanesi”.
Nel corso di un dibattito sulla “Governance del servizio idrico nel Mezzogiorno”, nell’ambito del Festival dell’Acqua nel 2017, ospitato a Bari, l’attuale presidente di A2A, Giovanni Valotti, nella veste di presidente di Utilitalia, che ricordiamo rappresenta circa 500 aziende del settore idrico e dei servizi di pubblica utilità, lanciò la proposta agli associati di “adottare una regione del Sud” per trasferire efficienza ed efficacia gestionale nel settore. Un appello che oggi trova conferma nelle proposte sul tavolo del Governo Conte.

* Giornalista





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