«Differenziazione dei salari e la corsa al liberalismo spinto»

di Franco Scrima*

Cerchiamo di essere realisti: oltre alla Carta Costituzionale non c’è null’altro che possa farci sentire italiani nella stessa misura, da Nord a Sud. Dopo la cosiddetta “unità” del Paese, le lotte intestine non solo non accennano a scomparire, ma neanche sono destinate a diminuire perché purtroppo sono parte integrante del sentire di intere popolazioni che vivono a ridosso delle Alpi e che ritengono di essere state dotate dalla natura di quel “quid” in più che gli darebbe il diritto a ritenere che al di sopra di loro non vi sia altra specie umana, men che meno quella “specie” negletta che vive in quei territori considerati il “Nord dell’Africa” e non Italia. Sono queste le popolazioni che hanno subito angherie e soprusi inenarrabili lungo la storia del post unificazione del Paese, com’è dimostrabile dalla felice intuizione del sindaco di Milano, Giuseppe Sala, che auspica il ritorno alle gabbie salariali perché, mutuando una vecchia logica della Lega di Bossi e della parte più retrograda di Confindustria «non è giusto che un dipendente pubblico a Milano guadagni come un calabrese». La castroneria non è neanche farina del suo sacco, essendo un richiamo agli anni 50-60 quando l’Italia fu divisa in sette zone differenziate tra le più ricche e le più povere, nelle quali furono applicati salari differenziati fino ad una percentuale del 29% e che furono abolite dopo circa 15 anni sotto la spinta di una mobilitazione sindacale e operaia.
Secondo il sindaco di Milano è estremamente errato che, a parità di lavoro, al Sud si guadagni quanto si guadagna al Nord. Un’idea che fa tremare le vene dei polsi se si pensa che Sala è stato eletto in una lista del Partito democratico, quella sinistra che si vuole storicamente opposta alla destra che sosteneva gli interessi del re, dell’aristocrazia e del fascismo, per difendere quelli dei lavoratori.
Ma la “trovata” del sindaco di Milano non desta meraviglia; essa contribuisce ad avallare l’idea che dichiarazioni come la sua rafforzano la democrazia, essendo probabilmente convinto che la differenza tra destra e sinistra sia diventata un mero esercizio stilistico essendo l’obiettivo il governo del Paese.
Ecco perché qualcuno si domanda se i “liberisti” del Partito democratico siano da considerare di sinistra, o se Renzi sia di sinistra. I fatti dopotutto danno ragione a coloro che la pensano in questo modo. I risultati del liberismo sociale è incentrato sui benefici che possono derivare dal ruolo dello Stato nella fornitura di servizi sociali fondamentali per i cittadini.
Nel processo evolutivo del liberismo sociale l’idea del ruolo dello Stato, secondo gli osservatori, avrebbe invece contribuito a peggiorare le condizioni di vita dei lavoratori; e questo avrebbe dato la stura a Sala di comportarsi nel modo che sappiamo avanzando richieste sulla differenziazione dei salari tra Nord e Sud. A qualcuno, per il vero, è suonata come una affermazione infelice simile a quando si trattò di destrutturare l’istruzione pubblica a tutto vantaggio di quella privata.
Ma, per fortuna, l’intelligenza non si può modificare in laboratorio!
*giornalista





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