«Alla Calabria serve un nuovo Piano sociale»

di Vincenzo Caserta*

Si continua a dibattere molto sulla riforma del welfare nel tentativo di trovare una soluzione al sistema che sia attivabile e consona ai tempi.
Il ritardo accumulato in questi anni non è più sostenibile da un sistema che deve dare risposte immediate ed efficaci a categorie di soggetti in stato di sofferenza. Si protraggono così e si verificano molto soventemente casi di estrema difficoltà ( mancati sostegni a soggetti con particolari patologie o handicap, casi di povertà estrema, famiglie in difficoltà ,iniziative volontarie di beneficienza ecc. ) sui quali l’assenza delle Istituzioni si evidenzia perché non si capisce chi debba intervenire, con quali competenze e come. Così si cade nell’errore di far mancare un servizio reso alla persona e spesso si interviene con metodi o azioni di pronto intervento che non risolvono il problema anzi lo aggravano nel tempo.
Così non va, si continua a far dibattere i vari interlocutori del sistema in una situazione divenuta sempre più insostenibile sulla quale bisogna intervenire con determinazione e con fretta.
Credo che dopo il nuovo assetto organizzativo recentemente deliberato dalla Regione Calabria ove si è creato finalmente e dopo tanti anni l’integrazione dei sistemi, Sociale e Sanitario insieme in un unico Dipartimento, sul piano istituzionale ci sia ora bisogno di sollecitare i decisori ad accelerare la riforma.
Una riforma che non deve basare le sue linee di attuazione sulle competenze che sono chiare per legge, le competenze sui servizi sociali spettano ai Comuni e quindi gli attori principali dei processi futuri devono essere le Amministrazioni Territoriali che così assumono un ruolo principale nella organizzazione e nella gestione dei servizi. Basta superare su questo il gap organizzativo degli Uffici di Piano e credo che un grosso passo alla riforma viene fatto. Qualche sperimentazione positiva di Comuni propositivi su questo è stata fatta nel passato ,pertanto basterebbe riprendere quel modello per riorganizzare e far ripartire un assetto già positivamente sperimentato. Nel passato storico particolari e significativi assetti organizzativi di Welfare organizzato erano stati programmati da alcune Amministrazioni capi fila che avevano tentato in prima istanza, con il sostegno e l’assistenza tecnica dell’Amministrazione Regionale, di iniziare il processo di riforma. Richiamo alla mia memoria le esperienze dei Comuni di Corigliano, di Catanzaro, di Lamezia Terme che si erano distinti con programmazioni e con qualche sforzo di credibilità al nuovo assetto costruendo dei sistemi territoriali funzionali con ottime performance e risultati ben speranti.
Di tutto questo e come si si fosse perso tutto. Qualche sparuta esperienza successiva di lavoro sinergico, complessa e prolissa nel tempo, si è operata sui fondi della non autosufficienza . Invece vanno recuperate quelle iniziative prima citate di ufficio del piano antecedenti operate dai Comuni che se inserite in una programmazione strutturata e ricca di contenuto possono fare risultato. Lo scenario in cui muoversi deve essere ben esplicitato attraverso l’elaborazione di un nuovo Piano Sociale Regionale.
Un Piano Sociale meno generico dell’unico esistente, quello del 2009, che dia impulso non solo organizzativo ma che riempia di contenuti e di risorse finanziarie i Comuni (cosa possibile) che devono fare lo sforzo di superare il precedente assetto organizzativo e renderlo più ampio più legato, a questo punto, alla organizzazione territoriale delle Aziende Sanitarie Provinciali della Sanità Regionale. Sforzo certamente maggiore sul piano politico ma possibile e più efficace sul piano tecnico per evitare l’eccessivo rischio di dispersione organizzativa, di risorse o di rischi derivanti da possibili pre-dissesti o commissariamenti delle amministrazioni territoriali.
Non serve affrontare la riforma con atti deliberativi ma serve un approccio sistemico da Piano anche e di più legittimamente riconosciuto (articolo 18 della l.r.23/03), dove il problema dell’assetto organizzativo e di servizi sia affrontato dalla Regione in maniera complessiva ove non si registrino esclusivamente le ripartizioni monetarie delle rette alle strutture convenzionate o iniziative monotematiche su fondi Statali o Europei, ma dove sia chiaramente riportato il ruolo centrale dei Comuni nella gestione complessiva dei servizi sociali e dove la Regione eserciti, per una volta almeno, il ruolo di programmazione, monitoraggio e controllo che più le compete.

*già Dirigente dei Servizi Sociali Regione Calabria





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