«Cose di casa Pd, tra democrazia e harakiri»

di Emiliano Morrone*

È strategia, democrazia oppure harakiri? Il Partito democratico di San Giovanni in Fiore sembra andare verso le Primarie; nel caso ad agosto, quasi come evento estivo di richiamo. A poche settimane dalle Comunali manca la quadra sul candidato sindaco del centrosinistra. Per la ricandidatura a primo cittadino, l’uscente «Giuseppe Belcastro ha incassato l’appoggio – racconta un veterano del partito – della maggioranza dei consiglieri comunali, di tutti gli assessori del municipio e di gran parte della base». Lo conferma un volto storico del partito calabrese. Inoltre l’ex presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio, si è schierato a favore di Belcastro, «che per statuto – rimarca lo stesso veterano – ha il diritto di ripresentarsi, salvo che dai “quadri” non abbia un giudizio negativo, che non c’è, sulla propria gestione amministrativa».
Anche i socialisti locali stanno con Belcastro, ma nel Pd si avverte aria di perturbazione, benché silenziosa e impalpabile come i propiziatori, che (per ora) nessuno ha stanato. Si percepisce, tuttavia, che il presidente del Consiglio comunale, Domenico Lacava, aspira (legittimamente) alla candidatura a sindaco, proponendosi – specie sui social – come l’uomo nuovo della coalizione, il cavallo su cui puntare. Il Movimento 5 Stelle si è dissolto, «evaporato in una nuvola rossa, 
in una delle molte feritoie della notte». Dall’altra parte, forse, c’è soltanto il centrodestra dell’era Santelli, indefinito, mutante, diviso tra chi ci ha messo la faccia e ondivaghi d’abitudine, ex socialdemocratici, imprenditori della sanità privata, transfughi della prima ora e oriundi di ritorno: rossi e rosa degli «anni di Happy Days e di Ralph Malph».
Nel Pd avrebbero chiesto a Franco Laratta di mettersi in gioco quale «candidato di superamento», ma l’ex deputato avrebbe rifiutato con il garbo dei democristiani. Secondo fonti interne al partito, si affaccia perciò l’ipotesi delle Primarie con tre sfidanti: Belcastro, Lacava e Antonio Nicoletti, già sindaco socialista di San Giovanni in Fiore e da un pezzo in vesti dem.
Le Primarie d’agosto, se celebrate, serviranno a ribadire, avrebbe scritto Paolo Pollichieni, quel senso finto della partecipazione che connota il Partito democratico. Nel quale, riassumeva il compianto direttore del Corriere della Calabria, pare che «il problema risieda solo nello strappare (o nello stoppare) una candidatura, ché poi tutto si aggiusta: i calabresi dimenticano, gli appetiti si placano, le spartizioni si concordano e il santo verrà gabbato un’altra volta».
Il sindaco Belcastro, nel 2015 imposto da Oliverio, ha il merito d’aver superato il dissesto finanziario del Comune e d’aver governato assumendosi ogni responsabilità, anche durante il Covid, mentre nella sua maggioranza c’era chi scappava alla Schettino: alcuni perché non soddisfatti rispetto a pretese personali, altri in cerca di fortune nuove, di approdi sicuri, degli apparati del momento. La prassi è vecchia come l’istinto primordiale per la carne, che mandò all’Inferno letterario il ghibellino della Gherardesca.
Al sindaco di San Giovanni in Fiore si possono rimproverare modi da prete d’oratorio, rassicurazioni urbi et orbi, l’ottimismo smodato da cui trassi l’alias “Tuttappostu”, un equilibrismo immutabile da genetica Dc e l’assidua vicinanza a Oliverio, l’eterno imputato dal tribunale della politica di qui, che, levate poche eccezioni, festeggiò i 13.469 euro di reddito pro capite del 2014 e poi la “lectio” in sala consiliare del professor Riccardo Fatarella, allora dg del dipartimento regionale Tutela della salute. Ciononostante, al di là del bene e del male Belcastro è stato il timoniere di un partito rimasto orfano dell’intellighenzia del Pci, il primo destinatario di istanze e doglianze di ogni specie: dalla mancanza d’acqua all’avvio ritardato della mensa scolastica, dalle ragioni delle periferie all’ansima dei commercianti. Ma nel partito ci sarebbe, si mormora tra i savi, «una sparuta fronda intenzionata a farlo fuori con un “arrivederci” senza “grazie”». Come la vede il commissario provinciale, il romano e orlandiano Marco Miccoli, catapultato in Calabria a rimuovere la ruggine, a ricomporre le fratture tra Pd e Dp delle ultime Regionali?
Nel Pd di San Giovanni in Fiore il dissenso cammina a tratti su Facebook, con scaramucce tra assessori e giovani romantici della politica, che si sentono ai margini e perciò chiedono confronto, discussione, prospettive, la riapertura dei circoli, della storica “Casa del partito” nel centro cittadino. Dopo un decennio di creatività digitale dentro un limbo piatto, di militanza pervicace e di presenza stabile alle manifestazioni per l’ospedale e contro Scopelliti, la sezione giovanile del Partito democratico si è scompagnata: «qualcuno è andato per età, qualcuno perché già dottore e insegue una maturità», altri probabilmente attratti dal culatello, secondo Gaber di destra.
Così è (se vi pare), ma bisogna aggiungere due questioni. La prima: Nicoletti rischierebbe un’istruttoria per incompatibilità da parte dell’Anac, se vincesse le Primarie e se dopo diventasse sindaco oppure consigliere comunale, essendo di fatto direttore sanitario del presidio ospedaliero di San Giovanni in Fiore. Stesso discorso vale per il dirigente del distretto sanitario Giuseppe Bitonti, che sta organizzando le liste di una coalizione civica pendente a destra. La seconda: nel caos della Repubblica 2.0, programmi, metodi e obiettivi spariscono come il buon senso, specie a queste latitudini. Quanti, nel Pd e nelle altre “parrocchie” della politica, si sono accorti che la gente non riesce più ad accalorarsi in questo scontro quotidiano, che l’interno della Calabria si spopola in crescendo, che la sanità pubblica è a pezzi e che l’Italia intera dovrà affrontare una lunga, terribile recessione, per molti perfino fatale?
*giornalista





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