«Ginger balla (troppo) da sola»

di Gioacchino Criaco*

C’è un ricorso, pendente davanti al Tar, che potrebbe interrompere la legislatura calabrese perché violata la parità di genere. Fa un po’ sorridere. È vero che sia esiguo il numero delle donne nel Consiglio, ma la figura di Jole Ginger Santelli è ormai un’ombra lunga che rabbuia ogni altra figura. E c’è da ridere su chi diceva che sarebbe stata un prestanome, un ornamento di raccordo fra le forze della coalizione. È lei la Giunta, l’Assemblea, la sua visibilità nasconde ogni altra figurazione politica. Le sono bastati sei mesi, è lei la politica calabrese, esordita con una tarantella gioiosa in cui i ballerini si alternavano e arrivata a un ballo solitario in cui Jole si alterna a Ginger. La politica regionale, in tutte le legislature, si è dipanata con un copione ripetuto, chiunque avesse vinto: sei mesi a riempire le caselle con persone di fiducia (spiegazione di chi vince), sei mesi a occupare il potere e sistemare gli amici (per i maligni). Due anni a comportarsi con arroganza e prepotenza, a fare proclami di svolte epocali e risoluzioni straordinarie di ogni problema. Poi, al giro di boa della Legislatura, la consapevolezza di essere perdenti nelle elezioni future, il vivacchiare della Giunta e il posizionamento dei singoli in vista di un salvagente, anche con cambio di casacca. La maggior parte dei calabresi non vota, per salvarsi si affida a se stessa, quasi sempre alle partenze. Una discreta parte di quelli che votano cercano sponde e rifugi, indifferenti alle colorazioni politiche. Gli illusi, quelli che ci credono sono pochi, ma esistono ancora, alternano frustrazioni ad altre frustrazioni. In campo politico nazionale, la Calabria è solo una bandierina da piantare, più un problema che una vittoria. Una questione da sbrigare in loco. Nei sei mesi della Giunta nuova, la maggioranza si è fatta le nomine, l’opposizione è morta più defunta della prassi solita. Nulla finora lascia presagire che il proseguo andrà a contraddire le prosecuzioni passate. Nessuno mai si è preoccupato di proporre una visione complessiva della Calabria, anche solo per scherzare. Feticci estemporanei. Di feticcio in feticcio, con i calabresi sui binari, valigia in mano a guardare. Il feticcio di Santelli è una grande operazione di “immagine e reputazione”. Si mostrerà la bellezza celata della Regione e il mondo perderà la testa per la Calabria. I turisti arriveranno a milioni. Tutti si vivrà di questo: cultura, cibo, turismo. Pazienza se di strutture ricettive ne abbiamo meno di 2.000, se non ci arriviamo a poterne alloggiare più di 60.000, forse più forse meno. Certo, non li abbiamo milioni di posti. Forse nemmeno siamo adatti a un tipo di turismo così. E forse prima di promuoverle certe bellezze dovremmo proteggerle: togliere il fango a Sibari, strappare i Draghi di Kaulon dalle fauci dello Jonio, sollevare per intero il tappeto delle Fate di Casignana. Ma tutto è nella norma, tutto senza
sorprese, tranne una. Su Ginger molti una scommessa l’hanno persa: al netto del tifo, delle idee, parecchi avevano pronosticato toni leggeri, bonari, un’era dell’allegria, che la concretezza ormai non si chiede più. Da un ballo liberatorio si è passati a una danza nel buio, a passi tetri sulle paure della gente. Molti pensavano, anche quelli che non la amano, a una bonarietà di fondo del nuovo Presidente, che rappresentava la parte più moderata della propria coalizione, erede di un partito che per 25 anni aveva messo la parola libertà in ogni slogan. Tra la consueta prassi della politica calabrese, la sorpresa è stata la chiusura verso i calabresi che volevano rientrare durante la pandemia, la chiusura verso i disperati che arrivano sulle lunghe e dorate coste calabresi. Per sei mesi, in nome di una sacra protezione dei calabresi, Jole Ginger Santelli ha fatto vedere una Calabria respingente, buia, chiusa. Ha cavalcato un egoismo di cui non aveva bisogno, le elezioni ci sono state, le prossime saranno fra cinque anni. Questo clima di paura, rancore, questa tristezza, erano proprio le cose di cui la Calabria non aveva bisogno. E adesso potrebbero venire i migliori registi del mondo, ma la pista da ballo è buia.
*scrittore





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