«Il rimbalzo interrotto e lo smantellamento del mito»

di Claudio Cavaliere*

Da piccolo ricordo quella pallina che sbattuta a terra sembrava rimbalzare continuamente, prendere direzioni strane e non fermarsi mai, in un apparente moto perpetuo che sfidava i principi della termodinamica e della gravità.
Questo fenomeno succede spesso – e non dovrebbe – anche nella divulgazione scientifica, quando conoscenze e teorie apparentemente inattaccabili rimbalzano da libro a libro diventando verità inoppugnabili fino a quando qualcuno non le svela fragili ed inconsistenti e costruite a volte solo sull’accidia dei professionisti della materia.
Ora che questo accada sui social, dove vige un sapere spensierato e senza conseguenze di cui non bisogna rendere conto a nessuno, un repertorio fantastico di informazioni senza filtri, può starci, basta esserne consapevoli. Più preoccupante se si verifica, come nel nostro caso, nella ricerca storica “ufficiale”.
Ad interrompere questo rimbalzo persistente sulla biografia di un personaggio calabrese ci ha pensato Giuseppe Tripodi, che con la sua ultima fatica a giorni in libreria, L’invenzione del ribelle – Vita tortuosa di Bruno Misefari, cosidetto “anarchico di Calabria”, edito da Città del Sole edizione (Reggio Calabria, 2020, pagg. 360, € 20,00), smantella la mitologizzazione costruita intorno a questa figura e smentisce la “leggenda aurea” costruita sul personaggio sulla quale si è finora pigramente adagiata anche la storia accademica.
E lo fa con la semplicità ed il pregio di proporre anzitutto un libro documentato che svela una storiografia pasticciata e superficiale sul soggetto. Un libro che si propone con standards molto, ma molto più elevati di tutte le pubblicazioni che affrontano la vita del presunto anarchico di Calabria e che pure escono dalla penna di storici, di docenti universitari che, si scopre, hanno quasi sempre utilizzato informazioni di riporto senza preoccuparsi della loro verifica, della loro attendibilità, ossia di fare il minimo indispensabile che si richiede a chi questo mestiere lo fa per professione. Senza pensare che loro compito non consiste solo nel trasmettere informazioni (straordinariamente parziali se non false in questo caso) ma soprattutto nell’insegnare i criteri di selezione, considerato che la cultura non è accumulo bensì capacità di discriminazione.
Eppure i documenti sono lì, a portata di mano, di studio. A volerlo però fare questo sforzo!
Giuseppe Tripodi ha le caratteristiche che distinguono le persone veramente erudite: è un curioso e quindi non si accontenta; non coltiva boria né egolatria così comuni in molti presunti maître à penser nostrani; possiede lo humour della vera passione e di chi non si prende mai troppo sul serio; maneggia con padronanza e disinvoltura un impressionante patrimonio conoscitivo che trasforma in fantasia linguistica e intellettuale.
Finora ci aveva deliziato con l’affabulazione realistica di due gioielli letterari che sono Cola Ierofani (2014) e Catalogo della casa di Gianni (2019); fatto immergere nei suoni e nei colori di Straci (2007); proposto le gustose biografie di Ritratti in piedi del novecento calabrese (2017) il tutto condito dalla sua scrittura sonora, raffinata e ironica allo stesso tempo.
Come nella precedente produzione, anche in questo caso Tripodi fa i conti con la sua storia personale, con la sua biografia. La separazione dal mito Misefari non gli deve essere stata facile e piacevole avendo a suo tempo frequentato e conosciuto direttamente alcuni di quei personaggi che hanno contribuito più di tutti a creare l’immagine “dell’anarchico ribelle”, la moglie Pia Zanolli ed il fratello Enzo Misefari, restandone esso stesso abbagliato com’è evidente in molte citazioni sparse nella sua produzione antecedente.
Forse anche per questo il dettaglio apparentemente più minuto della breve vita di Bruno Misefari viene nel libro sottoposto a verifica con l’obiettivo di separare i fatti dalla mitologia e restituire così una biografia autentica che forse qualcuno avrà difficoltà ad accettare ma che, alla luce dell’imponente e inedita documentazione esibita, risulterà difficile contestare, soprattutto per quanto concerne i rapporti col fascismo ed alcuni suoi personaggi.
Alla fine Tripodi compie probabilmente anche una operazione inconsapevole perché demolendo il falso, l’egomane fraudolento molto incline ai passi falsi e sempre compiaciuto di sé stesso, si liberano e si stagliano, se pur accennati nel libro, molte altre figure coeve di personaggi calabresi che magari avrebbero meritato una maggiore e sincera attenzione storiografica per una vita molto meno contorta di quella del protagonista e che l’anarchia la vissero senza che la loro fedeltà all’ideale cedesse al tornaconto. Basta leggere la dedica del volume per capire a chi si rivolge la sincera ammirazione dell’autore.
In fondo L’invenzione del ribelle è anche una metafora su questa regione la cui narrazione è ancora avvolta nei miti, nei pregiudizi, negli stereotipi. Ma si sa, è difficile vivere senza miti, parte imprescindibile della storia, che servono per ripararsi dalle tragedie, soprattutto oggi che lo sforzo del mondo si è concentrato anzitutto nella produzione di immagini, nella creazione di finzioni che debbono trasformare la realtà in qualcosa di più accettabile.
Infine una annotazione personale. Il libro di Tripodi ha impedito che maturasse in me una infatuazione per fortuna appena abbozzata che oggi scopro sarebbe stata immeritata verso il cosiddetto anarchico di Calabria.
*sociologo, scrittore





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