«A San Giovanni impera il civismo. Ma i contenuti?»

di Emiliano Morrone*

San Giovanni in Fiore andrà al voto a settembre. A 15 anni dalla candidatura a sindaco di Gianni Vattimo, che si presentò con una lista fuori dei partiti, la «capitale della Sila» riscopre la passione del civismo. Lo provano le recenti dichiarazioni con cui l’ex assessore comunale Antonio Nicoletti ha smentito l’adesione a Fratelli d’Italia. Il politico ha chiuso con il Pd e con ogni «partito organizzato», preferendo promuovere «un progetto civico» che ritiene «innovativo ed entusiasmante per la comunità». Già convinto militante di Alleanza nazionale, Nicoletti si era poi accasato nella famiglia dei democratici. Divenuto il primo renziano del luogo sotto l’ombrello di Ernesto Magorno, allora segretario regionale del Pd, nella primavera del 2018 il giovane lasciò anzitempo la giunta sangiovannese di centrosinistra, ricordando la propria elezione in Consiglio comunale a suon di preferenze: 529.
Ognuno ha il diritto di cambiare idea, parrocchia oppure musica. Talvolta i ripensamenti radicali producono benefici, santità, ribalta. Accadde al patologo Sidney Farber, che con successo virò dai folati ai loro antagonisti per la cura delle leucemie. Capitò a Paolo di Tarso, persecutore dei credenti che poi si convertì e quindi fondò il cristianesimo: il san Paolo della teologia della carità e della risurrezione, della sconfitta della morte grazie alla fede in Cristo. Avvenne a Michele Salvemini di Molfetta, che fece crescere i capelli, sposò il rap e irrobustì i testi, trasformandosi nell’eroico Caparezza uscito dal tunnel dell’anonimia, del «pubblico di nicchia» salutato dal Simone Cristicchi di «Vorrei cantare come Biagio» (Antonacci).
Tuttavia, spesso la sorte si prende gioco degli umani. La ruota può girare, come racconta il brano di Fabrizio De Andrè dedicato a quel nano, giudice, «la cui statura non dispensò più buonumore a chi alla sbarra in piedi» gli diceva «Vostro Onore». E va considerato il contrappasso come lo smacco di sé. Per tradimento il Caino dantesco finì nel ghiaccio dell’Inferno, immobile come la propria vita spirituale nel mondo terreno. Invece l’ex sessantottino Giuliano Ferrara passò dalle Lezioni d’amore alla moratoria sull’aborto, dal dialogo con la pornografia a quello con la sacrestia.
Torniamo al piccolo mondo antico di San Giovanni in Fiore, dove Nicoletti va costruendo una coalizione civica con altri “pentiti”: ex socialdemocratici, ex procacciatori di voti (legittimi) per Mario Oliverio, ex del Pd, ex della maggioranza rossa che finora ha governato il municipio. Qui emerge alla radice una contraddizione non lieve né trascurabile, posto che in ogni democrazia civile ed avanzata gli ex hanno diritto di tribuna e iniziativa politica, che chiunque è un ex di qualche sigla, collettivo, esperienza.
Ciononostante, in politica le parole e le cose, per ricordare Foucault, dovrebbero avere un nesso coerente, pena la mancanza di credibilità, che oggi è passepartout per carriere di palazzo, come insegnano le Rossi e Bianchi degli ultimi lustri, travagliati, dei partiti nazionali.
I nuovi compagni politici di Nicoletti avrebbero qualche imbarazzo sul tema dei beni comuni, in particolare dell’Abbazia florense, che costituisce la prima risorsa pubblica per il rilancio di San Giovanni in Fiore: in termini di immagine, cultura, turismo, occupazione ed indotto. Perciò Nicoletti dovrebbe dichiarare urbi et orbi, perché l’elettorato ne accolga il verbo come «innovativo ed entusiasmante», che l’Abbazia florense è bene di tutti e va restituito alla comunità. Lo impongono la logica, il buon senso e perfino una sentenza del tribunale, appellata e al momento sospesa. Il giudizio pendente sarà definito, si spera, nei prossimi mesi. Pertanto, la futura amministrazione del municipio dovrà mantenere la barra dritta, in quanto il Comune è parte in causa e dunque non potrà tentennare come in passato, quando un confuso parere dell’Ufficio legale concorse all’accreditamento di una Rsa ubicata proprio all’interno del complesso monastico.
Questa storia remota è ben conosciuta dal consigliere comunale uscente Angelo Gentile, che all’epoca fu il solo a dare battaglia, ad esporsi, a contestare il comportamento del Comune di San Giovanni in Fiore, a creare ansie e patemi politici alla maggioranza (di centrosinistra), che non seppe vigilare abbastanza sugli atti degli uffici amministrativi, che si mostrò debole, arrendevole e finanche rassegnata.
Anche Gentile sta dedicandosi a un progetto civico, che – come quello di Nicoletti – pende a destra, dati i suoi rapporti diretti con l’assessore regionale all’Agricoltura, il forzista Gianluca Gallo. In quanto a Nicoletti, le solite malelingue riferiscono che con propri sodali avrebbe caldeggiato, addirittura nella Cittadella, la candidatura a sindaco di San Giovanni in Fiore di Rosaria Succurro, assessore a Cosenza e vicina alla presidente della Regione Calabria, Jole Santelli. Se accettasse, la Succurro sarebbe – dicitur – il candidato di superamento, che potrebbe ricompattare il centrodestra del posto, meno che gli intolleranti ai salti della quaglia: il già sindaco scopellitiano Antonio Barile, che starebbe accarezzando l’idea della ricandidatura in proprio, e gli esponenti di Lega e Fratelli d’Italia, che hanno manifestato l’intenzione di correre insieme; ancora non si sa se con il simbolo ufficiale, come vorrebbero i salviniani, oppure con liste civiche, come nelle intenzioni del consigliere comunale uscente Antonio Lopez, che nel civico consesso ha rappresentato il partito di Giorgia Meloni.
In questo clima di civismo ritrovato o finora informe, si colloca «Progetto Fiore», la sfida, anch’essa civica, lanciata dal contestatore social Domenico Caruso, ex della Margherita. Invece il Movimento 5 Stelle locale ha scordato il 50% e oltre incassato alle Politiche del 2018, per estinguersi a causa del rumore inconcludente di ex bariliani folgorati (a scadenza) dal Grillo delle piazze, chiusi al dialogo con la società civile ma aperti all’universo virtuale.
Il Pd, come si era già scritto, terrà le Primarie il prossimo 3 agosto, con il rischio che ne esca devastato. Le Primarie sono per statuto un richiamo alla partecipazione, ma non si indicono in «zona Cesarini», all’antivigilia di un’elezione. Perché così sanno di foglia di fico, nello specifico per coprire alla carlona conflitti periodici tra ex sostenitori di Oliverio e quanti non l’hanno mai mollato, nemmeno nell’attuale limbo politico dell’ex presidente della Regione.
In questa antologia paesana degli ex, che sembra essere un riflesso della crisi dei partiti calabresi e nazionali, delle loro identità liquide e della metamorfosi della politica, ormai ridotta a comunicazione priva di sostanza, i programmi restano lontani e indefiniti, come il paesaggio sullo sfondo del Cenacolo di Leonardo. Ognuno vuol fare la prima donna, ma il civismo richiede contenuti. Ed è coinvolgimento, inclusione, convergenza di esperienze di impegno pubblico concreto. È tutt’altro paradigma, non un costume attorale.
*giornalista





Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto