«Il Mes per fermare la cancellazione del Sud»

di D. Naccari Carlizzi* e D. Marino**

Sul Corriere della Sera del 28 giugno è stata pubblicata una simulazione della ripartizione dei fondi Mes tra le Regioni (“Mes, tutti i miliardi regione per regione: così verrebbero suddivisi i fondi UE”) che è stata realizzata prendendo come base i parametri per il 2020 del riparto del Fondo sanitario nazionale.
Mentre quindi va in scena la solita commedia politica, con finale già scritto, sulla opportunità di accedere ai fondi del Mes di cui il Paese non può fare a meno, già si definiscono i piani di riparto.
La Calabria partecipa al dibattito assaporando un dolce sonno agostano, tipico di chi è presente ma poco vigile e guarda con disincanto attorno a sé. Smembrata nei suoi poteri decisionali tra una sanità commissariata da due Ministeri (Salute ed Interni per alcune ASP), una debole rappresentanza in Parlamento, strutture di supporto esangui.
Il prof. Jorio dalle pagine del Corriere della Calabria aveva già tuonato contro un’idea errata e illegittima di un riparto delle risorse che si caratterizzerebbe come una beffa indecorosa perché ai danni della Regione che più ha bisogno di risorse per un piano di riqualificazione dei servizi sanitari che in effetti manca del tutto.
Il Fondo sanitario nazionale è infatti già ripartito con criteri fortemente penalizzanti per le Regioni del Sud ma la revisione di tali criteri è in cantiere da anni e non viene decisa, alle volte con motivazioni paradossali, perché chiaramente si risolverebbe in una riduzione delle risorse per le Regioni del Nord.
Tale distorsione del calcolo del fabbisogno di fatto è peraltro la causa principale del sottofinanziamento dei sistemi sanitari del Sud e contribuisce in maniera significativa alla produzione di deficit annuali, ripianati poi con l’imposizione fiscale (aumento delle addizionali Irpef e Irap) ai danni dei calabresi che colonizza le risorse di bilancio destinate ad altre voci e scava un ulteriore divario di competitività per le imprese.
D’altra parte la Calabria, come molte Regioni del Sud, si è vista sottrarre la gestione della sanità mediante la nomina di Commissari regionali e spesso di Commissari nelle Aziende Sanitarie sciolte per infiltrazione. Tali gestioni non hanno prodotto negli anni i benefici attesi ma l’aumento del deficit (con l’eccezione della gestione del gen. Pezzi che infatti fu prontamente sostituito!) e una assoluta indeterminatezza nella quantificazione del debito pregresso. Al netto della mancata riqualificazione dei servizi e della bonifica di rigore che si rivela inefficace se alcune aziende vengono sciolte due volte.
Va da sé come non regga neanche la spiegazione antropologica circa l’inefficienza della sanità calabrese e un Paese civile, abbandonando alibi e capri espiatori, analizzerebbe con rigore cause e correttivi.
Le premesse con riguardo all’utilizzo dei fondi Mes sono le stesse e la simulazione del Corriere della Sera lo dimostra.
Ripartire le somme in danno delle Regioni del Sud, tenute a bada nelle loro aspettative di garanzia dei diritti costituzionali, è un errore ideologico coperto dal solito facile messaggio: la criminalità si nutre delle risorse pubbliche, dare soldi all’Italia vuol dire ingrassare le mafie quindi dare soldi al Sud è errato.
Una analisi criminogena nemmeno strisciante che unisce gli interessi dei Paesi del Nord Europa (vedi vergognosa bufala del bond garantito dalla ‘ndrangheta) alcuni editorialisti dei loro media (es. Financial Times) e coloro che traggono dalla parossistica lettura pancriminale dei fatti nostrani la giustificazione della debolezza dei provvedimenti adottati.
Ma al netto da analisi di comodo, non si comprende sulla base di quale logica l’utilizzo dei fondi MES dovrebbe seguire la logica della spesa corrente (peraltro già errata a sua volta nei criteri di riparto).
Il Mes nasce infatti per consentire agli Stati membri di riqualificare i sistemi sanitari. La logica quindi è quella del fabbisogno perequativo rispetto ad uno standard che rappresenta un valore costituzionale da garantire ed esigere.
Una logica che a ben vedere è riaffermata e tradotta persino nei principi della legge 42/2009 e in particolare dell’art. 22 sulla perequazione infrastrutturale (mai attuato). Ancora la logica degli articoli 3 e 117 lett. m della Costituzione che richiedono la garanzia di livelli essenziali per tutto il territorio nazionale nell’erogazione dei servizi sanitari.
La spesa del Mes dovrebbe per tali motivi seguire la logica di una buona programmazione della spesa in conto capitale e servire per riqualificare i sistemi sanitari, consentendo di perequare le diversità e almeno renderle sostenibili alla luce dei valori costituzionali unitari.
Dovrebbe aiutare anche a riprogrammare la sanità, assecondando una visione predittiva e di comunità, orientata ad una trasformazione digitale che sta rivoluzionando prevenzione, presa in carico, atto di cura. Un’opportunità per il Mezzogiorno di effettuare un recupero utilizzando il salto possibile con l’utilizzo delle tecnologie digitali.
Dovrebbe dotare il Mezzogiorno di quelle infrastrutture sanitarie che oggi fanno la differenza (IRCCS e tecnologie su tutte) e di quella competenza manageriale che da sola potrebbe garantire un’azione razionale e non cieca e difensiva delle scelte sanitarie.
Sarebbe l’occasione per riequilibrare sul piano territoriale l’erogazione dei servizi mettendo fine ad una guerra nazionale senza logica come quella del turismo sanitario, caratterizzato da regole tipiche di un federalismo competitivo e non di un modello cooperativo e solidale come formalmente sarebbe quello italiano.
Ma la politica calabrese, maggioranza ed opposizione (regionale e nazionale e viceversa) ha in mano una analisi economica e tecnica di questi scenari e dei relativi costi? Ha pronta una simulazione dei vari criteri di riparto ipotizzabili? Ha la forza di battere un colpo nel dibattito nazionale o si è accomodata alla conveniente (per chi è nel sistema) lettura della differenza antropologica e della irredimibilità della nostra terra, dell’invincibilità della criminalità?
Nel caso negativo commetterebbe due gravi errori. Terrebbe nell’oscurità una analisi dei problemi fondata sui fatti e sulle evidenze e consentirebbe alle organizzazioni affaristico criminali evolute, che fanno i veri affari, di agire al riparo dai radar.
Salvo poi contestare a Easyjet di credere alle iperboli che proprio noi andiamo propalando e ci assolvono dai limiti dell’azione amministrativa, politica e giudiziaria di ieri e di oggi.
Oggi, quindi, il problema del Mezzogiorno va affrontato con una mentalità nuova. Se, come sembra, le risorse non mancheranno per l’Italia, grazie al Mezzogiorno, si apre uno scenario diverso che comporta processi decisionali e sistemi di programmazione diversi.
Il Recovery Fund, il Mese la programmazione 2021-2027 potranno essere l’occasione da sfruttare e dovranno essere orientati ad incrementare a livello italiano soprattutto la spesa in ricerca e sviluppo applicata ai servizi che è sempre stata la cenerentola fra tutte le spese di investimento.
Il fatto che l’Italia nel complesso non sia un innovatore forte denota un fallimento di fondo delle politiche strutturali e di sviluppo regionale. Perché un Paese che non innova o innova poco è un Paese che perde competitività e la perdita di competitività è l’anticamera del declino.
Per l’Italia, quindi, la prossima programmazione sarà fondamentale. Oggi la mancanza di innovazione ci ha fatto perdere capacità competitiva e ci ha spinto verso una situazione di declino dalla quale, se non si interviene subito, sarà difficile sollevarsi, anche a causa delle politiche ordinarie del Governo che hanno privilegiato la spesa assistenziale sulla spesa di investimento e del peso del debito pubblico che costituisce un vincolo alla possibilità stessa di investire.
Occorre, allora, avere il coraggio di investire sull’innovazione attraverso progetti ambiziosi, coordinati e con respiro ampio. Bisogna pensare a grandi progetti rivoluzionari a cui assegnare risorse sufficienti evitando di disperderle in mille rivoli. Il vizio di fondo delle passate programmazioni dei Fondi strutturali è stato anche questo e il risultato evidente è stata la scarsa qualità e quantità dell’innovazione prodotta dal sistema Italia.
Riconoscere gli errori del passato è sicuramente il primo passo per evitare di commetterli nuovamente in futuro ed è, quindi, auspicabile che la Programmazione 2012-2027 faccia tesoro di queste analisi e programmi in maniera più accorta ed efficiente.
Una considerazione valga come monito. Perdere competitività e capacità innovativa oggi è molto pericoloso. Trent’anni fa una perdita di competitività produceva effetti ritardati sul Pil anche di decenni. Oggi la perdita di competitività si riflette quasi in tempo reale sul Pil. Difatti l’Italia è un Paese che cresce sempre meno, uno degli ultimi in termini di velocità di sviluppo in Europa e tra i paesi avanzati.
La programmazione 2021-2027 e i criteri di riparto degli strumenti straordinari devono essere l’occasione per invertire la rotta e per avviare un percorso di crescita tramite l’innovazione e l’aumento di competitività. Se non sfrutteremo questa occasione il nostro futuro sarà caratterizzato dalla parola Declino!
*Co-founder di P4C – Prepare for Change Euromediterranean International Institute
**docente Politica economica Università Mediterranea di Reggio





Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto