«Il “cazzeggio” ideologico sulla Ponteide»

di Mimmo Nunnari*

Mi si nota di più se sono favorevole al ponte sullo Stretto o se dico no? Il dilemma è morettiano («Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?») e ispirato alla cultura politica del “cazzeggio”, la politica senza pensiero e idee. La “ponteide”, cui il presidente del Consiglio Conte ha aggiunto un nuovo capitolo, è un’opera scherzosa antica che sembra scritta da Giuseppe Prezzolini, il genio della letteratura che scrisse “tutto è in ritardo in Italia, quando si tratta di iniziare un lavoro. Tutto è in anticipo quando si tratta di smetterlo”. Il Ponte è in ritardo, ma si fa presto a non farlo, pur senza sfogliare la margherita: “sì”, “no”, “sì” … Prodi, lo voleva, anzi no, Berlusconi, l’ha sempre voluto, ma “Il Giornale” diceva di no (mah?), Renzi, lo vuole ancora, Conte, è stato folgorato dall’idea del tunnel di un ingegnere che non ha mai costruito una casa, neppure a un piano, Zingaretti, giustamente non sa cosa vuole, e deve prima riunire la direzione del Pd, Salvini, è sceso a Reggio e ha urlato «prima il ponte», gli animalisti temono la morte dell’uccello “migratore”, un ambientalista imbecille, che è sempre in televisione, dice che il ponte unirebbe due cosche, anziché due coste e la ministra De Micheli propone la “ciclabile”, magari da percorrere non nei giorni di scirocco vento appiccicoso che viene dall’Africa e che – chiaramente – non piace alla destra leghista: «prima i venti italiani». Ma la “ponteide” è molto più antica di queste miserelle scherzose storie moderne.

Cecilio Metello ci aveva provato a unire lo Stretto, con le botti legate a due a due, Carlo Magno il ponte lo voleva galleggiante, e Paperon de Paperoni aveva presentato il progetto di collegamento tra Sicilia e Calabria in un fantastico numero speciale del famoso “Topolino”. È lunga la storia del “ponte che non c’è”: storia visionaria, di leggende, illusioni ottiche, come la Fata Morgana, di volontà morettiane di farlo e non farlo. Di ipocrisie politiche, di calcoli egoistici del Nord (ci conviene o non ci conviene). Ma è ora di chiuderla per sempre, questa storia diventata metafora del Paese delle mille promesse non mantenute, riguardo soprattutto al Sud.
Il Sud può rinascere col ponte, ma può rinascere anche senza ponte, solo che tutte le “punizioni” che gli sono state inflitte, dallo Stato unitario in poi, passando per il ventennio fascista che cercava la gloria con la politica coloniale, e arrivando alla Repubblica dopo la Liberazione, comincino con l’essere cancellate; e come per le condanne di persone innocenti quando la “giustizia” sbaglia, adeguatamente risarcite. Non c’è più tempo da perdere col “cazzeggio” ideologico, di sinistra e di destra.
*giornalista e scrittore





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