«Le donne di Calabria. L’ultima resistenza»

di Gioacchino Criaco*

Il popolo calabrese è morto, esiste solo per gonfiare il petto ogni volta che si monta una stupida ragione d’orgoglio: di quel sentimento stupido che gonfia i petti per fatti futili, puramente estetici. Nei frangenti importanti i calabresi non ci sono, quando bisognerebbe lottare per opporsi al male, la Calabria è una nave alla deriva. Non tutta però. Ci sono le donne. E non è una costruzione retorica, buona ad attirarsi simpatie fugaci. Quando tutto sembra finire, sono le donne a uscire di casa: lo hanno fatto in passato assaltando le caserme per il pane, mettendo al muro i padroni da gelsominaie, difendendo i propri figli contro una prospettiva maschile di morte. Ed eccole di nuovo: la Calabria brucia da Comunia a San Leo a Vetrano. Da Reggio a Siderno a Cosenza. Sono al rogo le discariche, con troppi incendi per essere frutto del caso. Con un fumo che ammazza: annerisce il cielo, la terra, l’acqua. E lo sappiamo tutti che saranno tanti i lutti futuri che nasceranno da questi falò malvagi. E sappiamo tutti che tanti lutti presenti sono il frutto di roghi passati. Il Feudo ammansisce le genti, vive di un pasto presente che non tollera disturbo, e non ci pensa al danno, e lo sa che nemmeno i propri figli, per quanto lontano li manderanno, la faranno in barba al morbo. Eccole, nel desolato mare dell’ignavia, loro sono di nuovo al fronte. Sono le donne che a Comunia dicono basta, dopo due mesi di fumo puzzolente, che gli altri hanno fatto finta di non sentire. Le donne di Lazzaro sono in strada, aspettano le compagne di Siderno, quelle di Vetrano. Ancora una volta proveranno a salvarci, pure se come popolo siamo già morti.

*scrittore





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