«I mali di una sanità morente»

di Ettore Jorio*

Il Covid-19, meglio le sofferenze vissute dalla nazione nel dovere affrontare le insidie della pandemia, hanno dimostrato in tutta la loro fisionomia ed entità le debolezze del sistema sanitario nazionale, cui hanno dato fortunatamente rimedio i tanti «eroi delle corsie».

Colpa della sanità del «prezzo più alto»
E’ inutile nasconderlo, le ragioni della inefficienza del Ssn  risiedono nell’intento di rafforzare il privato – e quindi del pubblico portato ad inseguirlo – sul tema delle convenienze economiche, intese come ricerca dei DRG più costosi e convenienti. Su ciò che generasse più ricchezza a tutto discapito della programmazione che non c’è più.
Cosicché il Servizio sanitario nazionale:
– da una parte,  ha virato verso il mercato, con protagoniste le zone del Paese ove la somma delle istituzioni salutari ha fatto incetta di una domanda di salute altrove senza risposta;
– dall’altra, ha ecceduto nel trascurare l’assistenza territoriale, che ha praticamente sopportato una demolizione sistemica.

La programmazione in soffitta
Di conseguenza, la programmazione, quella intesa a rendere uniforme l’offerta della salute, è andata a strafriggersi, con una offerta ospedaliera – con alla guida i più noti dei 51 IRCCS (21 pubblici e 30 privati) che rappresentano il vero e unico fiore all’occhiello della sanità nazionale e i presidi pubblici di tutto rispetto – impegnata a rendersi beneficiaria delle ricadute del turismo sanitario. Quella migrazione della salute che muove nel paese 4,6 miliardi all’anno, oltre una volta e mezzo di quanto percepisce per esempio la Calabria come quota di riparto del FSN (che poi ne gira oltre 320 milioni a Lombardia & Co. per mobilità passiva).
Un interesse, quello di generare migranti, talmente protetto da grandi interessi attrattivi di chi li raccoglie e ne trae vantaggio economico, che alcuni pezzi del Paese vengono, in modo diretto o indotto, lasciati nella condizione assistenziale della quale è davvero difficile riconoscere persino le impronte digitali della sua esistenza. E’ il caso delle regioni del Sud, con in testa la Calabria lasciata a morire di un commissariamento ad acta che è stato, per come è stato condotto, di gran lunga peggiore del male che ebbe a determinarlo.

Il Meridione, neppure a parlarne
Quanto al Paese, con punti da record negativo nel Mezzogiorno, non è più dato parlare dell’assistenza territoriale. L’assistenza distrettuale è stata decodificata a tal punto da non riconoscersi più. I distretti sanitari, individuati (ahinoi) come se si giocasse al Monopoli, esistono in funzione delle pratiche amministrative esercitate ma soprattutto per assicurare alla politica le nomine dei loro direttori, residuati ad incarichi di maggiore rilievo.

Una sanità che vince sui media ma che perde nella società
Dunque, è dato rilevare oggi una sanità senza testa né coda, fatta eccezione da quella che viene televisivamente vantata e resa credibile grazie ai vari prof. Galli dell’ospedale Sacco, che fortunatamente ancora esistono nella sanità pubblica. Una sanità discriminata ed egemonizzata dalla economia più aggressiva, ove a dominare le fila sono stati gli accreditamenti più convenienti e conseguenti contratti attrattivi di maggiori ricchezze, di frequente assicurate dalle altrui povertà.
Un modo che ha determinato in tutto il Meridione lo svilimento del servizio e costi ingiustificati, di mano d’opera professionale da sostenere comunque, costretta ad apparire mendacemente l’origine del costo della migrazione, e delle spese di funzionamento di strutture che rasentano la fatiscenza, quasi tutte senza i requisiti obbligatori c.d. ulteriori per essere accreditati, se non di quelli minimi per essere autorizzati.

Piani di rientro: misure inadeguate dalla nascita
Da qui, le profonde diseconomie regionali che hanno prodotto piani di rientro a sistema, divenuti oramai strutturali al servizio della (non) salute. E non solo nel Sud. A tal uopo è sufficiente ricordare che le Regioni impegnate nei piani di rientro negli ultimi dieci anno sono state 11, persino Veneto, Piemonte e Liguria. Di queste, cinque sono state commissariate ex art. 120 Cost., alcune della quali lo sono ancora. Tra queste, l’immancabile Calabria, ove il commissariamento è stato più di ostacolo ad assicurare un minimo di dignità assistenziale ai calabresi di quanto lo fosse stata la politica, incapace di costruire quattro ospedali in un decennio nonostante i quattrini nel cassetto.

L’epidemia, un buon diversivo per i responsabili di ciò che non funziona
Il coronavirus ha dato modo ai responsabili di «nascondersi tra la folla» e continuare a vivacchiare  nel dramma strutturato utilizzando la paura come disattenzione sociale.
L’assistenza territoriale è divenuta così una aspettativa e una colpa da espiare. L’insufficienza della assistenza ospedaliera è stata evidenziata solo in relazione all’assenza dei posti letto di pneumologia, infettivologia (entrambi a DRG da elemosina!) e trattamenti intensivi, mettendo da parte tutte le storiche deficienze che, di fatto, hanno generato e generano la migrazione di malati, anche per prestazioni ovunque acquisibili.
Insomma, in gran parte del Paese si continua a fare le stesse di cose di sempre, se non di peggio. Rimangono le disorganizzazioni che ci sono, delle quali hanno pagato il conto i più deboli morti di coronavirus, indipendentemente se a casa loro o nelle Rsa fin troppo tollerate dal sistema nelle loro inadempienze. Persiste indisturbata l’inesistenza della sanità di primo impatto, con i cittadini in assoluta solitudine. Si accentuano i vizi che hanno distrutto l’assistenza primaria, primo fra tutti quello di fare diventare i medici di famiglia protagonisti e prede fiduciarie della politica. Permangono gli advisor ad incassare milioni di euro all’anno per oltre un decennio dalle Regioni senza far pressoché nulla, in alcune (una regione presa a caso: la Calabria) a fare teoricamente quanto di competenza, altrettanto teorica, dell’Agenas. Ciò senza nessuno che approfondisca come dovrebbe, limitandosi a pagare a prescindere. Che verifichi se e quanti figli dei dirigenti pubblici siano comunque inquadrati nelle loro fila e se e come siano mal retribuiti, all’insaputa (!) dei sindacati, gli operatori locali addetti alla c.d. assistenza tecnica a fronte di un incasso di diverse centinaia di euro al giorno per addetto.

Alle Regioni, meglio se federate, la programmazione sui loro fabbisogni
Disegnata la mappa del disastro, occorre ridare al Paese quanto ha perso nel tempo e, con riferimento al Sud, quanto mai goduto.
La programmazione, ma quella vera, deve riprendere prepotentemente il suo ruolo dominante. Per vera è da intendersi però quella elaborata dalla Regioni direttamente, meglio se federate, senza cedere delega alcuna al sistema delle Conferenze, che ha rappresentato il punto di vera debolezza. La concausa perché le cose diventassero come sono. Per l’appunto, la esatta rappresentazione dell’anzidetto disastro.
Poi occorrono i quattrini del Mes, prevalentemente destinati al Sud, e l’esaltazione del compito imposto alle Regioni di rintracciare e impegnare per la rinascita i migliori. In alcune, pare, che il messaggio sia già pervenuto.

*docente Unical





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