«Papa Francesco, l’ultimo idealista»

di Francesco Bevilacqua*

Mentre i politici italiani ci ammorbano con estenuanti annunci a nove zeri sul recovery fund, quasi avessimo vinto una lotteria, mentre i giornalisti televisivi ci asfissiano con improbabili algoritmi post elettorali, mentre le condizioni funeree della politica internazionale ci si rivelano drammaticamente nel primo scontro televisivo fra Donald Trump e Joe Biden, le uniche parole sensate che possiamo ascoltare quotidianamente vengono da Papa Francesco. Ecco un confronto sintomatico fra i contrastanti linguaggi: da un lato Trump che dice a Biden “non c’è nulla di intelligente in te” e Biden che risponde a Trump: “sei un bugiardo ed un clown”; dall’altro, quasi in contemporanea, Papa Francesco che ammonisce contro la “normalità ammalata” cui ci siamo assuefatti, contro le “disuguaglianze sempre più gravi” che affliggono le nostre società, contro la politica che “ascolta più i potenti che i deboli”. Non passa giorno che questo gesuita vecchio e claudicante, circondato di spie e truffatori, aggredito dagli integralisti cattolici, non tenti di metterci in guardia contro quello che già uno scienziato premio Nobel per la medicina, Konrad Lorenz, aveva definito in un suo famoso libro “il declino dell’Uomo”. Paradossale: un leader religioso che dovrebbe parlare con le suggestioni dell’irrazionale ci sprona ad essere ragionevoli; i contendenti al trono USA, che dovrebbero essere sommamente ragionevoli, danno testimonianza di pura isteria. In attesa che la psicologia del potere ci spieghi le ragioni di questa vera e propria involuzione della specie “Homo politicus”, non ci resta che assistere inermi alla crescente deresponsabilizzazione di chi governa il mondo e le sue periferie. Deresponsabilizzazione che, non a caso, coincide con la desacralizzazione delle nostre società, sempre più orientate al più cinico individualismo (di destra o di sinistra non importa, tanto nessuno mette in discussione il pensiero unico liberista). La perdita di responsabilità dell’uomo – contro la quale ci mise in guardia il filosofo Hans Jonas ne “Il principio responsabilità” –, verso il prossimo, verso gli ultimi, verso la Terra, si sposa oggi, tragicamente, con la perdita del senso del sacro. Il che vuol dire che l’Uomo non riconosce nulla, ma proprio nulla, al di sopra di sé stesso. Gli antichi Greci l’avevano già capito, coniando il termine hybris, che sta per presunzione di onnipotenza. Lo stesso Lorenz, lo stesso Jonas avevano ipotizzato un evento catastrofico planetario che facesse comprendere all’Uomo come la sua prosopopea è un folle inganno delle nostre menti obnubilate. Pensavano forse ad un’esplosione nucleare, ad un conflitto mondiale. Mai avrebbero immaginato che sarebbe stato un piccolo virus a scoperchiare la crisi sistemica più grave del terzo millennio. Mai avrebbero pensato ad una pandemia, che però non è ancora divenuta sufficientemente seria e selettiva, per riuscire a produrre l’auspicato rinsavimento. Avremo, quindi, ancora tanta strada da fare perché l’Umanità diventi realmente umana. Dovremo imparare a soffrire molto, se ancora oggi due aspiranti leader planetari perdono tempo ad ingiuriarsi fra loro mentre tutto va in frantumi. E non ci resta che consolarci con gli incitamenti quotidiani di quell’uomo che siede, sempre più umile, solo e malinconico, sul soglio di Pietro: Papa Francesco, l’ultimo idealista.

*avvocato e scrittore





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