«Casalnuovo, il Mondo alla fine del mondo»

di Francesco Bevilacqua*

Agrami, piccolo pianoro erboso sulle pendici dirupate di Monte Scapparrone. Risaliamo l’antica mulattiera che da Motticella di Bruzzano Zefirio portava a Casalnuovo di Africo antica. Storditi dal profumo della nepitella, martoriati dalle spine dello scannabecco. A Portella della Ficara varchiamo la soglia dell’altro Aspromonte, il mondo degli Africoti e dei Casalnovesi. Non più garighe riarse, macchie di lecci e mare all’orizzonte, ma boschi di cerri, roveri, farnetti, castagni, gole e montagne: Fiumara La Verde, Monte Iofri, Monte Perre, Puntone Galera, Croce di Dio Sia Lodato. La mulattiera giunge al “mondo perduto”, per mutuare un titolo di Conan Doyle: non scheletri di dinosauri finti però; carcasse di capre, piuttosto, sbranate dai lupi. Aggiriamo i canaloni che precipitano da Serro Carrà e Monte Linsito: abissi che congiungono e separano. Una grande fenditura scavata nella roccia ci trasporta nei luoghi delle “apocalissi culturali” di cui parla in un famoso libro Ernesto De Martino.
Là dove catastrofi naturali e ottusità del potere hanno messo fine ad una civiltà millenaria. Da un poggio erboso si squaderna dinanzi ai nostri occhi il vallone che separa l’abitato di Africo antica da quello di Casalnuovo. L’uno sparso come semi di grano sulla pendice di Timpone La Guardia, l’altro raggrumato come una mandra sotto Puntone d’Affaccio. Un nugolo di porcellini ci guida sino alla piccola piazza del villaggio, con la chiesa diruta e, sulla destra, il colle puntuto di rovine. Cinque pastori eremiti ci osservano dalla veranda dell’unica casa abitata. “Salute!” è la parola beneagurante che si usa qui, come a dire “possa tu avere una buona vita”. C’è subito un paniere d’uva per noi: agli ospiti si offre sempre un dono. Una del nostro gruppo, rivolta ai pastori: “Che bello qui! Un paradiso”.
Mi sento in dovere di rispondere: “Sarà bello per te, che ci vieni in gita una volta nella vita, ma non per loro, che quassù tribolano tutto l’anno”. Sussulto al suono della campana della chiesa: è un altro dei nostri che, non visto, è riuscito a salire sino al campanile. Provo un senso di fastidio: quel gesto mi sembra una profanazione. Chi penserebbe di entrare in una chiesa, in città, e di suonare per divertimento la campana? Devo bloccare un altro ancora che vorrebbe rimproverare i pastori per le sovrapposizioni moderne sulle case antiche: come se, prima di riparare un tetto o cambiare un infisso avessero dovuto rivolgersi ad un architetto e chiedere il permesso alla Soprintendenza; come se le “arripezzatine” non fossero ormai parte integrante della storia di questi luoghi e della loro gente.
A volte, quando conduco gente di città in luoghi come questo ho la sensazione che qualcuno pensi di camminare in una fiction, in una realtà virtuale, abituato com’è a vedere paesaggi “esotici” nei documentari del National Geographic o a sentirsi raccontare i luoghi dalle varie “linee verdi” che imperversano nei palinsesti televisivi. Dinanzi alle rovine del piccolo borgo diruto, mi chiedono di spiegare: “Per approfondire – dico – potete leggere Zanotti Bianco, Strati, Stajano, Gioacchino Criaco, Pietro Criaco. Ma per capire basta considerare questo: se voi oggi temete una catastrofe per la pandemia e la crisi economica, sappiate che qui la catastrofe è già accaduta; se voi oggi pensate che l’Umanità possa soffrire, sappiate che qui il dolore c’è già stato; se pensate che il mondo come lo abbiamo conosciuto sino ad ora possa finire, allora sappiate che qui il Mondo è già finito. Restano solo i pastori di Casalnuovo, i ragazzi del rifugio di Africo, i portatori di speranza, chi continua a venire nel “mondo perduto”, chi vuol rinascere dopo l’”apocalissi culturale”, chi pensa che si possa ancora vivere, soffrire, sorridere nel mondo alla fine del Mondo.

*Avvocato e scrittore





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