«La sanità calabrese, Kafka, Camilleri e Gioacchino Criaco»

di Mimmo Nunnari*

Per raccontare la situazione della sanità calabrese, bisognerebbe avere le doti narrative del boemo Kafka, esperto di incubi e metamorfosi, del Camilleri genio del giallo siciliano, del calabrese Gioacchino Criaco che nel romanzo “Zefira” ha detto tutto della Calabria sventurata delle guardie e ladri. Perché la sanità calabrese non è cosa normale da leggere con lenti d’ingrandimento. Ci vuole il telescopio, per studiarla bene, come si studiano le stelle del firmamento. Qui sono stati costruiti ospedali in ogni contrada, in anni passati, a pioggia come si dice quando si fanno interventi senza pianificazione con lo scopo di creare occupazione più che di offrire un servizio. Dato che non conveniva all’economia del Nord consentire di impiantare piccole e medie imprese che avrebbero fatto concorrenza al Settentrione, si è dato il lasciapassare, con la complicità della classe dirigente “indigena”, per sprecare soldi in ospedali spaesati, sparpagliati senza criterio. Ma poi, quando la spesa si è fatta enorme, si è dilatata, fino a diventare non più sostenibile, a causa di disorganizzazione, clientele politiche e corruzione mafiosa, ci si è accorti che questi ospedali erano troppi, ed essendo fotocopie da un paese all’altro, anziché riorganizzarli, pianificare il servizio, si è deciso per il taglio con la scure, con tagli scriteriati, o a pioggia se si vuole usare ancora la metafora climatica: con chicchi di grandine pesanti e dannosi, nella loro caduta, come macigni.
Tagli, affidati a commissari: burocrati, prefetti, militari che uno dopo l’altro – magari armati di buone intenzioni – hanno però miseramente fallito, peggiorato servizi, bilanci, spesa, organizzazione, in una confusione, tipica italiana, senza colpevoli, dato che nessuno ha mai pagato in tutta questa vicenda dove bastava leggersi come guida, per capire i meccanismi del sistema corruttivo nella sanità, il rapporto redatto all’epoca dal prefetto Basilone sull’ospedale di Locri che si disse avrebbero dovuto distribuire nelle scuole per far capire il livello dell’infiltrazione mafiosa nelle strutture pubbliche.
È invece dal lavoro di burocrati, esperti, finanzieri e carabinieri in pensione, spuntano anziché i colpevoli, le vittime: il cittadino, il malato, il personale sanitario, medici e infermieri, che non hanno pari opportunità di mezzi organizzazione e attenzioni rispetto ad altre regioni, dove le cose funzionano, o si fa finta che funzionino. Adesso siamo arrivati al capolinea e anche l’ultimo soldato di questa guerra, che è la sanità calabrese, il generale dei carabinieri in pensione Saverio Cotticelli, ha gettato la spugna, sconfitto, probabilmente dalla impossibilità obiettiva di vincere la battaglia, ma anche dalle “menti raffinate” che hanno remato contro, come lui stesso ha ammesso; e non è cosa che possa passare sotto silenzio, questa velata denuncia, in un paese democratico, con regole e norme che derivano dalla più bella Costituzione del mondo, che però spesso in Calabria, ma non solo, ci mettiamo sotto i piedi.
Serve una mobilitazione, ed è quello che i sindacati stanno facendo, insieme a movimenti civili come “Comunità competente”, coordinata da Rubens Curia, esperto con grande esperienza e competenza; ed è a queste realtà che il ministro della Sanità Roberto Speranza dovrebbe dare ascolto, come la presidente della Regione Jole Santelli – se veramente ha a cuore la salute dei cittadini della sua Calabria – dovrebbe chiamare al suo fianco, per una battaglia di civiltà e di giustizia, le energie migliori che – gratuitamente – offrono la loro collaborazione.

*giornalista e scrittore





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