«Panico globale. I meriti del virus»

di Francesco Bevilacqua*

Umanità sull’orlo di una crisi di nervi. Di questo si tratta: la reazione della psiche collettiva dinanzi ad una minaccia che non riusciamo a controllare. La pandemia ha esattamente l’effetto di farci sentire sopraffatti. Ci dà la sensazione di essere senza una via d’uscita. Ci toglie quel senso di sicurezza,
protezione, superiorità che scienza e tecnica ci hanno instillato negli ultimi due secoli, consentendo il più straordinario balzo evolutivo della specie Homo sapiens: dal miliardo di individui del 1804 agli attuali sette miliardi e mezzo! Basti pensare che dal 1960 in avanti siamo cresciuti al ritmo di un
miliardo di individui ogni tredici anni! Producendo un impatto sul Pianeta che non ha confronti con nessun’altra specie animale.
Siamo di fronte alla prima, vera sensazione di catastrofe universale imminente della postmodernità. Nessuna nazione può dirsi realmente fuori. Nessuna società ne è esente. Salvo, forse, qualche piccola comunità di primitivi incontattati o di eremiti estraniati dal mondo. Nell’era della globalizzazione, della rivoluzione informatica, dell’invadenza dei social-media, non poteva essere altro che … panico globale.
Mi domando, a questo punto, se l’uomo che pretende di colonizzare Marte è lo stesso che sta, terrorizzato, dinanzi al virus. O se l’uomo che pensa di sconfiggere la morte (digitare “transumanesimo” su Google per capire) è lo stesso che si lascia sopraffare dalla paura. O se l’uomo della robotica e dell’intelligenza artificiale è lo stesso di quello della mascherina calata sotto il naso e degli assembramenti al bar per un caffè-cornetto. O se l’uomo che avvelena il Pianeta è lo stesso che teme di essere infettato da un esserino invisibile. O se l’uomo che crede nell’onnipotenza della scienza è lo stesso che arranca nel trovare un rimedio all’epidemia. O se l’uomo degli sballi e delle movide è lo stesso che osanna il lockdown. O se l’uomo che ha depredato la sanità pubblica è lo stesso che ora esige efficienza dagli ospedali. O se lo spietato darwinista sociale è lo stesso che non riconosce al virus il merito di averlo messo al tappeto.
Eppure, il tanto odiato virus qualche merito ce l’ha, se è vero, ad esempio, che solo ora stiamo mettendo a fuoco l’urgenza della crisi ecologica. O se solo ora stiamo comprendendo che il pensiero unico liberista non è il sacro verbo ed il mercato che si autoregola non è la panacea di tutti i mali. E non è forse grazie al virus se si è varato, in Italia, dopo tante catastrofi evitabili, il più imponente progetto di intervento pubblico che si ricordi per la sicurezza sismica e l’efficienza energetica? E non è forse grazie al virus se si è compresa l’importanza crucciale di una sanità pubblica che sia davvero efficiente e aperta a tutti? E non è forse grazie al virus se si è iniziato a capire che tutto è interconesso e che non ci si può salvare da soli (prima di tutto nell’Europa unita e sempre divisa)? E – per fermarmi – non è forse grazie al virus se quella che prima sembrava una rielezione certa, oggi è divenuta invece una serissima messa in discussione della leadership del riccone ignorante e presuntuoso, col riporto giallo paglierino sulla testa, nel più potente, globalizzato e terrorizzato paese del mondo? Abbi un po’ di umiltà, Homo sapiens. Per la prima volta dall’avvento dell’Antropocene hai trovato pane per i tuoi denti, anzi per la tua scienza. Uno dei più illustri rappresentati della tua specie, Dante Alighieri, se fosse qui ora, certamente ti direbbe: “Qui si parrà la tua nobilitate”.

*Avvocato e scrittore





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