«Il cinismo calabrese»

di Gioacchino Criaco*

La particolarità della Calabria è quella di vivere in un tempo proprio, immutabile, con finestre spalancate su epoche che per altri sono passate o future. Una sospensione tridimensionale: collocati in semicerchio sull’areopago a spaccare la pancia alle parole: esporne le viscere per consultarle. violentare i sentimenti e inchiodarli a un interesse. E l’interesse, dopo la morte del presidente della Regione, è quello di conservare. Salvare il proprio: il vantaggio personale e quello del clan, fino ad arrivare alla salvaguardia della grande famiglia calabrese che è fatta, politicamente parlando: di maggioranza, opposizione e corpo elettorale. Tutti insieme, tutti mossi da un unico istinto di sopravvivenza. I nove mesi passati, e i decenni delle altre legislature trascorse, hanno dimostrato che non esiste maggioranza, opposizione ed elettorato, vedasi dichiarazioni di Callipo. Esiste un soggetto unico e multiforme, che interpreta ruoli diversi per proseguire la missione conservativa. Alla Cittadella non c’erano due parti, ma una sola. E buona parte di quelli che hanno votato le due presunte parti, reggono il gioco: sono i protetti, i tutelati, e sono il motore del meccanismo. Un motore cinico, essenziale. Contro di essi, finora non c’è stata battaglia: gli esclusi, gli idealisti, i fessi. O sono andati, o si sono astenuti, o hanno affidato le loro speranze a progetti che il sistema ha regolato in secca. Nove mesi di governo regionale hanno messo in luce il solito sistema. Un sistema che cinicamente si è messo dietro un feretro, utilizzando un dolore realmente toccante per santificare e compattare se stesso, fingendo di elogiare il defunto. Il dolore da elemento salvifico, necessario, umanizzante, si sta trasformando uno strumento dell’inganno dietro al quale un sistema che ha bisogno di fallire per conservarsi nasconde le proprie strategie. Di nove mesi di legislatura regionale restano un corto di Muccino e un vice-presidente in quota lega. E nessuno in così poco tempo avrebbe potuto fare miracoli, ovvio. Ma nove mesi sono bastati per capire che i miracoli non erano nemmeno previsti. Ora è legittimo cercare di far passare per sogno mancato un sogno che non c’è mai stato. Lo è per chi si proporrà alle nuove elezioni, nelle spoglie mentite dei ruoli. Lo è per chi vuole conservare lo strapuntino sul quale era appena salito. Cadere nell’inganno non è legittimo per i figli di nessuno, che non hanno visto uno spiraglio di luce nemmeno a questo giro: non lo è per gli esclusi, i partenti e i partiti, i fessi, gli illusi. E soffrire per i lutti è essenziale, spiacersi e partecipare al dolore ci migliora. Ma la commozione non può essere l’ennesima occasione per farsi fregare.

*scrittore 





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