«La Calabria che vorremmo venisse raccontata»

di Domenico Marino*

Il cortometraggio di Muccino mi ha deluso e indignato. Deluso perché da un registra quotato ci si sarebbe aspettato di più di una pseudo soap opera mielosa quasi del tutto priva di contenuto narrativo e dalla sceneggiatura che, con un eufemismo, potremmo definire poco convincente. Deluso perché per 3300 euro al secondo si poteva fare di meglio. Ma se fosse solo questo ce ne saremmo fatta una ragione, perché non tutte le opere cinematografiche sono destinate a vincere l’Oscar e gli archivi cinematografici traboccano di opere di livello non eccelso.
Ma in realtà la vera critica e la cosa che mi fa indignare è che la Calabria raccontata dal cortometraggio non è la mia Calabria, né quella che vorremo e, quindi, non è quella che vorremmo venisse raccontata.
Il cortometraggio racconta con i toni di un poemetto dell’Arcadia una Calabria agrosilvopastorale che non esiste più oggi e che, forse, non è mai esistita neanche in passato. Un racconto improbabile che oscilla fra le descrizioni di Corrado Alvaro dei pastori d’Aspromonte e la narrazione di una love story degna dell’ultima fiction sdolcinata dei pomeriggi tv.
Se l’obiettivo del cortometraggio era quello di promuovere la Calabria, il risultato è paradossalmente opposto. Più che un’operazione di marketing, sembra un’operazione di demarketing che offre al mondo e santifica un’immagine della Calabria piena degli stereotipi più in voga e che trasuda tutti quei pregiudizi che da anni i calabresi tentano di combattere.
Noi avremmo voluto vedere narrata una Calabria 4.0, una Calabria che innova ed emerge anche a dispetto dei tanti soprusi e delle tante ingiustizie che ha subito negli anni.
Avremmo voluto vedere raccontata la Calabria dell’intelligenza artificiale, la Calabria dell’agroalimentare di successo, la Calabria del turismo di qualità, la Calabria con le sue produzioni di eccellenza.
Avremmo voluto vedere descritto l’enorme patrimonio di storia che ne fa una regione unica al mondo. Avremmo voluto vedere raccontati i luoghi del mito, Scilla, lo Stretto e la saga di Alarico che ispirarono grandi poeti come Omero e Dante, ma che inspiegabilmente rimangono fuori dal cortometraggio di Muccino.
Avremmo voluto vedere fimati i tanti beni culturali della Calabria, i Bronzi, la Cattolica di Stilo, i numerosi parchi archeologici, Roccelletta di Borgia, Capo Colonna, il Codex Purpureus Rossanensis, solo per citare quelli di fama mondiale.
Se tra qualche secolo un archeocinefilo ritrovasse questo cortometraggio e tentasse di classificarlo, possiamo escludere che non penserebbe di catalogarlo come opera ironica o peggio satirica?

*docente Università Mediterranea di Reggio Calabria





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