«Avviare quel processo di riscatto che la Calabria merita»

di Saverio F. Regasto*

Regasto

Saluto con dolore un’avversaria caduta ingiustamente in una battaglia che tutti, amici e nemici della sua fede politica, speravano sinceramente che vincesse.
Superata la disperazione ed elaborato necessariamente il lutto, occorre purtroppo tornare a parlare della Calabria e dei suoi immani e terribili problemi: criminalità, corruzione, efficienza della sanità, tutela dell’ambiente, per citare quelli più gravi e macroscopici.
L’attuale classe dirigente, che pure è anagraficamente molto diversa da quella che ha governato la Regione fino a qualche mese fa, non mi pare – almeno da qui – che abbia saputo imprimere un’accelerazione nell’analisi e, se possibile, all’avvio della soluzione dei problemi. Talvolta, anzi, sembra persino scettica, quando non contraria, rispetto alle iniziative di una magistratura che, abbandonati una volta per tutte quegli eccessi di prudenza, per usare un comodo eufemismo, coordina (e conclude) pesanti indagini volte a colpire la criminalità organizzata, ma anche quell’ampia zona grigia, collusa quando non complice, che per decenni ha garantito coperture, impunità ed enormi flussi di denaro a beneficio delle mafie. Immersa com’è, questa classe dirigente, nel tragico fatalismo calabrese tanto caro a Corrado Alvaro, frammisto al tentativo di modificare con ogni mezzo l’immagine di una regione che non appare in grado di risollevarsi da quelle logiche che l’hanno relegata, purtroppo, ai primi posti per tasso di illegalità e agli ultimi negli indici economici e di benessere, mi appare egualmente poco adeguata – ancorché pienamente legittimata dal recente voto – ad affrontare le sfide del presente e, soprattutto, a disegnare un futuro degno di nota e di attenzione. Eppure vi sono emblematici esempi che potrebbero rappresentare i “testimoni” della crescita civica e del riscatto della Calabria; penso ai due Procuratori distrettuali antimafia di Catanzaro e Reggio Calabria, Gratteri e Bombardieri, al Capitano Ultimo, che ha accettato una sfida particolarmente difficile, e a quanti, nelle forze dell’ordine e negli enti locali, tacendo e obbedendo, fanno il loro dovere fino in fondo, subendo isolamento, minacce e ritorsioni.
C’è una Calabria che fa ricerca e tenta con buon successo di formare i giovani in un sistema universitario talvolta ridondante (è davvero necessario avere tre Atenei con una offerta formativa non del tutto complementare in una Regione con meno di due milioni di abitanti?), ma c’è anche una Calabria che nella sanità privilegia ancora le logiche del campanile a scapito della qualità e, peggio ancora, c’è una Calabria che pensa alla corruzione come strumento privilegiato per ottenere giustizia.
Onorata la memoria di Jole Santelli, che dovrà essere ricordata nel Pantheon della terra natìa insieme alle altre combattenti che hanno scritto la nostra storia (Angelina Mauro, Giuditta Levato, Carmelina Montanari e, ancora, Rita Pisano, Caterina Tufarelli Palumbo, Ines Nervi), è tempo di costruire (o ricostruire) un progetto politico in grado di avviare quel processo di riscatto che la Calabria merita ed esige, sconfiggendo una volta per tutte chi ancora ritiene indispensabile il privilegio personale, familiare o della propria parte politica.
Anche nel nome di Jole Santelli si torni a declinare la politica in Calabria attraverso le parole d’ordine dell’onestà, della legalità, della trasparenza e della competenza, in una parola della democrazia.

*Ordinario di Diritto pubblico comparato Università degli Studi di Brescia





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