«Lunga vita, nuova vita a Corazzo»

di Emilio S. Leo*

Piccola Premessa: una rovina è sempre stata tale?
Forse prima di diventarlo, certamente, è stata un oggetto architettonico, pensato e costruito per contenere una funzione precisa, sia essa stata concreta o di pura rappresentanza.
In buona sostanza trovarsi di fronte a una rovina significa trovarsi in generale di fronte alla testimonianza materiale del fallimento delle condizioni sociali ed economiche che ne avevano, anni o secoli o millenni addietro, determinato la nascita e quindi l’edificazione.
L’abbazia di Corazzo non può sottrarsi a questa lettura e nello stato attuale di possente e affascinante rovina è lì a ricordarci che un pensiero fiorente e raffinato, a un certo punto, per ragioni che possono essere le più disparate e quindi riconducibili a cambiamenti epocali e/o a stravolgimenti naturali, si sia interrotto innescando un inesorabile declino che a più riprese ne ha decretato un fine ciclo, almeno rispetto alla funzione per cui era stata immaginata e quindi resa concreta in tutta la sua maestosità.
Allo stesso tempo è innegabile che queste testimonianze siano lì a ricordarci il legame, seppur labile, con le nostre identità, ma a mio avviso, se da una parte è pericoloso guardarle, in nome di un approccio puramente conservativo, come simulacri per rivendicazioni romantiche sul culto delle rovine, riducendole a quinte scenografiche che appagano il nostro affascinato sguardo verso il passato, dall’altra è altrettanto pericoloso pensare alle rovine come oggetti su cui immaginare, nel nome della valorizzazione, mediocri percorsi di restaurazione di uno stato mai esistito o ancora processi di cristallizzazione.

Il problema del metodo
Nel caso specifico della vicenda sul recente progetto di “restauro” dell’abbazia, ancora una volta si è premesso l’obiettivo, se pur nobile, di portare a casa un importante finanziamento a quello di avere preventivamente una chiara visione di quale fosse il reale significato dell’abbazia stessa e della sua utilità per la comunità locale oltre che per quella in generale interessata e/o affezionata a questo importante monumento storico.
Ancora una volta si è caduti nell’errore, perpetrato per decenni in moltissimi territori, di pensare che il successo di un finanziamento pubblico contro meccanismi burocratici degni del più tortuoso videogames degli anni ottanta, potesse essere, sic et simpliciter, un successo assoluto capace di ottenere un esito progettuale altrettanto assoluto in termini qualitativi.
Dal mio punto di vista, come ho più volte ribadito, anche nelle discussioni sui social,
ci saremmo dovuti porre prima una domanda precisa: “A cosa serve in generale il patrimonio culturale e nello specifico quello dell’abbazia?”
Il patrimonio come la tradizione è un soggetto vivo che ha bisogno di continue mutazioni, alcune volte ha bisogno anche di pure invenzioni, e ogni tentativo di cristallizzazione cosi come il tentativo di un presunto ritorno a uno stato “originario e originale”, “com’era dov’era”, appare una contraddizione in termini.
In molte parti del mondo il patrimonio culturale è un pretesto per poter creare veri e propri motori di rinnovamento per intere comunità. Spesso, con chiare visioni, l’architettura contemporanea è il mezzo che può innescare le migliori energie contribuendo all’innalzamento del benessere socio-economico dei luoghi.E allora appare chiaro che dobbiamo parlare di quale sia l’approccio di linguaggio che l’architettura contemporanea usa per rendere concreto un programma figlio di una visione accurata, ben concertata e condivisa.
Se accettiamo il divenire come condizione dobbiamo accettare anche la possibilità che a un certo punto si possa riportare una funzione dove questa era stata persa con il decadimento in rovina di quello che prima era stata una architettura.
Se accettiamo questo, e i cultori delle rovine spesso non lo accettano, poi possiamo parlare di approccio architettonico e di conseguente linguaggio che a sua volta si tramuta nella materializzazione di quella che Riegl chiama “kunstvollen”.
Pochissimi gli esempi di incredibili monumenti sono arrivati a noi senza subire cambiamenti sostanziali, mostrando, seppur sottoposti all’azione del tempo, una integrità molto definita, almeno formale pur avendo perso la loro funzione primigenia.
A questa categoria appartengono il Colosseo, il Partenone o ancora le Piramidi di Giza e via discorrendo.
Ma esiste una moltitudine di oggetti architettonici che riteniamo monumenti storici importanti che sono arrivati a noi attraverso pesanti stravolgimenti, riusi, annessione, ricostruzioni secondo la volontà del tempo. Appartengono a questa categoria oggetti come il Teatro di Marcello, il duomo di Siracusa e qui l’elenco potrebbe continuare e essere lunghissimo.
Allo stesso modo se rivolgiamo lo sguardo a organismi più complessi come le città in generale e in particolare le “città d’arte” ci appare evidente come esse siano il prodotto di continue, possenti e profonde riscritture che continuamente il tempo storicizza e appiattisce sul piano del divenire storico.
Se è vero che la rivoluzione industriale ha inventato letteralmente la nozione di monumento storico e di centro storico perché ci ha messi di fronte a un’accelerazione delle trasformazioni mai prima esistita, è altrettanto vero che ogni epoca ha sempre esercitato la propria volontà di scrivere la propria pagina anche rimaneggiando pesantemente i brani precedenti.

E allora perché noi non dovremmo farlo?
Se quindi appare legittimo poter intervenire sul patrimonio con un approccio non puramente conservativo, si pone necessario definire il come lo facciamo.
Senza una forte competenza, che nel caso di progetti complessi come quello su Corazzo deve essere necessariamente di statura internazionale e con una visione multidisciplinare, gli esiti non possono che essere inadeguati alla sfida che un luogo e un manufatto come questo pone in essere.
Quindi, a mio avviso, non è sbagliato intervenire e anche massicciamente sulle rovine dell’abbazia. La modalità dell’intervento è appunto una questione di kunstvollen, è una questione di linguaggio dell’architettura, di sensibilità estetica e senso della contemporaneità. Appartiene alla partita aperta, tutta italiana, tra beni culturali intoccabili e beni culturali come strumenti per costruire nuove visioni. Rappresenta la contrapposizione tra conservatori e visionari, tra sostenitori dell’arcadia e ardenti costruttori di futuro.
Forse proprio ora, in questo tempo sospeso, alle contrapposizioni dobbiamo proporre il dialogo tra le competenze e le diverse sensibilità.
Una piattaforma multidisciplinare capace di creare un chiaro manifesto su Corazzo da cui partire per definire un ambizioso concorso internazionale.
Solo così si potrà creare pluralità di soluzioni e capire quanto possano esser anche diversi gli approcci.
Forse ci sarà chi proporrà di far atterrare un’astronave sospendendola sulle rovine dell’abbazia che rimarranno tali, chi proporrà di ricostruire il volume presunto con mattoni di cristallo o chi lascerà tutto così com’è scavando un’enorme buca in cui inserire le nuove funzioni. O chissà quale altra proposta.
Non esiste una soluzione preconfezionata. Non esiste la verità. Ne possono esistere diverse che ribadiscono la volontà di indagare l’universo del possibile.
Ma bisogna farlo con competenza, attenzione, cura e magari anche eversione.
Certo non bisogna farlo con il metodo in cui è la politica a decidere quale sia il benchmark qualitativo del progetto o ancora peggio un progettista che anche dentro al sistema della decisione e/o del controllo.
Basta avere un po’ di cultura sull’architettura contemporanea per capire che ad altre latitudine questi tipi di progetti si sono affrontati e si continuano ad affrontare così.
Con lo sguardo rivolto verso il futuro, l’unico tempo compatibile con la vita.
Lunga vita a Corazzo. Nuova vita a Corazzo.

*architetto





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