«Nostro fratello è ancora figlio unico»

di Gioacchino Criaco*

Testo tratto da il Riformista.

Rino Gaetano è nato a Crotone il 29 ottobre 1950, è morto 31 anni dopo, a Roma, lontano come spesso capita a molti del Sud. La sua vita è finita nel modo più comune per i tanti del Sud: cercando un posto in ospedale. Lui, come quelli di giù, è stato per sempre del Sud, a Sud di tutto. Come tutti i suoi fratelli di latitudine non si è mai perfettamente integrato, perennemente fuori posto. Riottoso, ribelle, irredimibile. La fama, i soldi, i bagliori di un’alba boreale non gli sono mai appartenuti. Era figlio del tramonto, correva trainato dal sole per scavalcare i monti e annegarsi in un altro mare. Stretto, avvinghiato al nero del lutto più nero delle donne meridionali.
Troppo postmoderno per stare nella modernità. Dentro un futuro arcaico che già c’era stato per confrontarsi col presente, per questo conosceva in anticipo ogni elemento della propria fine senza bisogno di complotti, di nemici ipotetici. Ha tradotto in canzone lo spirito del mondo da cui veniva, per portarlo a quella parte di umanità che quel mondo lo aveva lasciato da secoli e si era persa l’anima dell’uomo. Non distingueva fra razze, ma fra una parte che era partita troppo in fretta e una parte che non era mai partita o partiva da poco, tragicamente vicina al regno delle domande, troppo per rifugiarsi in quello delle risposte consolatorie. Con un antico troppo vivo per immolarsi in un moderno già cadaverico. Rino apparteneva a quella parte che sa troppo, e non ci riusciva a separarsi da una conoscenza dolorosa per sposarsi a un’ignavia cinica. Viaggiava alla velocità della luce dietro la scia di una cometa in rotta verso un traguardo dell’umanità.
La Terra gli stava troppo stretta e l’Occidente era un treno spompato che perdeva tempo per non raggiungere nessuna stazione. Ed eserciti di antropologi e sociologi del Sud non ci hanno mai capito nulla, sfruttandolo come elemento di retorica e nostalgia fin quando ha fatto comodo e poi rinnegandolo e offendendolo come frutto di un insulso lacrimatoio. Rino Gaetano è stato uno dei più grandi interpreti del Sud perché è salito sul palco più alto per discenderlo e spiegare che lo sapeva fare, ma non gli interessava. Perché il Sud non vuol salire sul palco, non gli interessano gli applausi: vuole restare dov’è, abbracciato al proprio nero, legato a quello spirito che non si può lasciare senza rimanerne fulminati, o svuotati. E Rino è nato ed è morto al Sud, anche se lontano chilometri e chilometri come spesso accade ai meridionali.

*scrittore





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