«Corazzo, patrimonio da salvaguardare»

di Giuseppina Pugliano*

Sento il dovere di intervenire nell’accesso dibattitto culturale che si sta svolgendo sulla necessità, legittimità e opportunità dei futuri lavori da effettuarsi sugli imponenti ruderi dell’Abbazia di Santa Maria di Corazzo, siti nel territorio di Carlopoli e di fornire un contributo, nel mio ruolo di docente universitario in Restauro architettonico e di socio nazionale dell’Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti in Napoli, una delle più antiche Istituzioni in questo settore ma, soprattutto, per il forte legame affettivo con quei luoghi a me tanto cari.

PREMESSA
Dai vari commenti finora apparsi, emerge, tra i temi centrali, l’importanza che l’antico monumento assume per la comunità locale (in linea con quanto riconosciuto anche dalla Convenzione Europea del Paesaggio e dalla Convenzione di Faro), nell’impegnativo processo di sviluppo del contesto territoriale in oggetto, collocato in una difficile area interna del nostro Paese.
Pur tuttavia, riprendendo un concetto già noto ma che è opportuno ribadire, Corazzo è ‘patrimonio’, senz’altro, della suddetta comunità locale, che per vicinanza fisica e per conoscenza dei luoghi richiede, giustamente, di svolgere una funzione attiva e partecipativa nel complesso percorso decisionale, ma è anche, al contempo, una rilevante eredità culturale per l’intera umanità, con le sue antiche strutture, testimonianze viventi della storia del monachesimo europeo, arricchite dal notevole contesto paesaggistico/ambientale nel quale sono inserite.
Quanto appena detto determina, allora, in relazione a qualsiasi intervento da eseguirsi sull’Abbazia, primariamente, un’altissima responsabilità morale nei confronti non solo delle generazioni attuali, ma anche di quelle future, come ci ricorda la lezione di Roberto Pane, tra i primi a sottolineare «la componente etica e non praticistica né economicistica del restauro».

STATO DI FATTO
Il complesso monumentale di Corazzo, di fondazione medievale, con successive stratificazioni, risulta vincolato dallo Stato italiano fin dal 1934, in base alla legge di Tutela n. 364 del 1909 e si presenta oggi allo stato di rudere, condizione assunta, val la pena rilevare, da oltre due secoli e, quindi, in tal senso, ormai storicizzata.
L’intera struttura archeologica mostra, tuttavia, attualmente, una consistenza materica in gran parte modificata, come esito di invasivi lavori di consolidamento, realizzati tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta del secolo scorso che, oltre all’aver prodotto diffuse perforazioni all’interno della preesistente compagine muraria in pietra locale e laterizi, per iniettarvi cemento e inserirvi diverse armature in acciaio, hanno anche provocato l’incauta eliminazione di tutta la vegetazione spontanea che, da lungo tempo, avvolgeva, caratterizzava e, soprattutto, conteneva le originali membrature dell’antica fabbrica monastica, salvaguardandole dal crollo.
A seguito del pesante intervento appena citato, il sito archeologico per evitare di fare, nuovamente, i conti con più complesse e articolate operazioni di restauro, avrebbe avuto bisogno, questa volta, soltanto di una corretta e continua manutenzione di ruskiniana memoria, intesa appunto come ‘cura’ costante da effettuarsi sulla struttura, che, nonostante gli sforzi compiuti dalle varie amministrazioni comunali, susseguitesi nel tempo, non sembra sia stata, sempre, correttamente praticata.
A tal punto, a circa trent’anni dagli ultimi lavori, è innegabile che l’insieme monumentale abbia bisogno di attenzione in termini di tutela e conservazione e, in particolar modo, l’area della chiesa che, con i corpi di fabbrica ad essa addossati, richiede un’urgente messa in sicurezza.
La recente assegnazione di fondi europei da impiegare a favore di questa importante area archeologica ha, tuttavia, spostato rapidamente l’interesse sulla possibilità di prevedere interventi più significativi, che vanno però ben oltre le necessità attuali del monumento e che, se non adeguatamente valutati, rischierebbero di comprometterne per sempre i valori documentali esistenti che, evidentemente, saranno trasmessi correttamente al futuro, quanto più si sarà in grado di conservare l’integrità e la ‘residua’ autenticità materiale della fabbrica, a testimonianza di un fare umano, di un sentire estetico e, insieme, di capacità tecniche e tecnologiche, espresse in un dato tempo e luogo.

ALCUNE RIFLESSIONI: NECESSITÀ, LEGITTIMITÀ, OPPORTUNITÀ DI INTERVENTI FUTURI?
È utile ora soffermarsi, seppur sinteticamente, su alcuni nodi teorici, muovendo dal ‘riconoscimento’ dell’oggetto d’interesse, da intendersi, in quanto rudere archeologico (per di più storicizzato), come un ‘monumento/documento’, portatore di un ampio spettro di valori testimoniali e, dunque, di memoria e identitari (siano essi storici, estetici, materici, tecnici, etc.) da fruire nella contemporaneità e, insieme, trasmettere al futuro.
Appare chiaro, in tale prospettiva, che se la necessità è prioritariamente quella conservativa, la legittimità è giuridicamente legata all’art. 29 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio che per ‘Restauro’, intende l’intervento diretto sul bene attraverso un complesso di operazioni tecnico-scientifiche, tese, principalmente, al rispetto della sua integrità materiale.
Il migliore conseguimento di questo obiettivo, si vuole evidenziare come sia, a sua volta, diretta-mente connesso all’importante tema della scelta di una ‘funzione’ appropriata (nel senso di destinazione d’uso), da assegnare al bene, oggetto del restauro, che deve essere ‘compatibile’, per non superare quel ‘limite’ di ‘lecita modificazione’, oltre il quale le finalità su espresse non sono, evidentemente, più garantite.
Nel caso particolare di Corazzo, bisogna anche aggiungere che il rudere, certamente, non possiede più la sua funzione monastica originaria, ma ne ha, oggi, una nuova, ovvero, quella educati-va/testimoniale nell’essere, come si è detto, monumento/documento di sè stesso.
In quest’ottica, sarebbe, quindi, auspicabile ‘limitare’ l’inserimento di altre funzioni, valorizzando l’aspetto documentale. Ciò nonostante, nel tentativo di reimmettere, più compiutamente, il monu-mento nel ciclo vitale della contemporaneità, si ritiene utile valutare, insieme alla proposta per la creazione di un laboratorio permanente di archeologia, a cielo aperto, che possa attrarre studiosi di livello internazionale, anche l’opportunità dell’assegnazione di una nuova utilizzazione turistico-culturale, tenendo in conto gli ulteriori vantaggi che potrebbero derivare al territorio locale in ter-mini economici. La logica di fruizione dovrebbe essere, tuttavia, esclusivamente temporanea e destinata, con i necessari adeguamenti, allo svolgimento di concerti, rappresentazioni teatrali, convegni e, comunque, di attività all’aperto che comportino il minimo di aggiunte possibili, compatibili e reversibili.

LA METODOLOGIA PER IL PROGETTO DI RESTAURO
Dopo aver tentato di definire l’ambito di massima entro il quale, dal punto di vista teorico, devono inquadrarsi scelte progettuali che siano culturalmente consapevoli e tecnicamente avvedute, va quindi aggiunto come quest’ultime, per compiersi concretamente, necessitino, soprattutto, di un’attenta e rigorosa analisi conoscitiva condotta sul monumento, così come ci insegna la stessa metodologia di progettazione del restauro architettonico (nei suoi principi disciplinari, con il con-temperamento delle cosiddette istanze storiche ed estetiche etc.), come premessa indispensabile per la stessa ‘qualità’ della soluzione progettuale.
È evidente, inoltre, come nel percorso suggerito, svolga, tuttavia, un ruolo decisivo la necessaria sensibilità dei progettisti, con la relativa capacità di ‘ascolto’ della preesistenza, di riconoscimento dei valori presenti e, insieme, di attitudine al dialogo tra il manufatto antico e il linguaggio contemporaneo.
In particolare, per quanto riguarda le scelte da effettuarsi per il sito di Corazzo, pur nei differenti orientamenti attuali del restauro architettonico, credo si debba convergere sulla necessità di un equilibrato approccio ‘critico-conservativo’, così come definito da Giovanni Carbonara, uno dei più autorevoli esperti in questo campo, prevedendo, ancor prima, la messa in sicurezza della struttura per poi procedere alla fase di analisi, orientata all’organica conoscenza di tutte le stratificazioni presenti, ovvero delle disposizioni originarie così come di quelle successive, sulla base dello studio delle cosiddette fonti ‘indirette’ (bibliografiche, archivistiche, iconografiche etc.) e di quelle ‘dirette’, derivanti cioè da uno scrupoloso rilievo critico (metrico, materico, dei dissesti strutturali e del degrado), dell’attuale consistenza della fabbrica monastica.
Il passo successivo dovrebbe essere poi quello dell’effettuazione di scavi stratigrafici, aventi come obiettivo un’integrale indagine archeologica che, sempre nell’ottica di una lettura unitaria delle varie fasi del complesso, sia indirizzata, tra l’altro, anche alla valutazione dei materiali alluvionali depositatisi nel tempo su di esso, come ad una puntuale verifica delle quote attuali in relazione a quelle sottoposte.
A tal punto, il progetto di restauro per Corazzo, orientato principalmente alla conservazione dell’autenticità materiale del monumento, dovrebbe essere rivolto, sia alla previsione della necessità di un eventuale consolidamento strutturale, che ad una sua migliore fruizione.
Quest’ultima da intendersi, sia in termini di ‘facilitazione della lettura’ del rudere archeologico, nei suoi caratteri costruttivi e negli spazi distributivi e funzionali, risultanti, al momento, di difficile comprensione, che di accessibilità del sito.
V’è da sottolineare però, in tal senso, come i connessi e indispensabili adeguamenti funzionali, legati alla normativa sismica, antincendio e di superamento delle barriere architettoniche, saranno sempre da ‘contemperare’ con i prioritari obiettivi della tutela, nel rispetto storico-critico del manufatto, e come ogni vincolo esistente vada inteso, non in quanto ostacolo, ma come stimolante occasione progettuale, che arricchisca l’intervento di restauro, innalzandone, in definitiva, la qualità.
Quanto sopra auspicato si potrà, senz’altro, ottenere con opportuni, mirati e minimi apporti integrativi che, nei materiali aggiunti e nelle tecniche impiegate sulla preesistenza, dovranno essere, per quanto possibile, distinguibili, compatibili dal punto di vista chimico-fisico, meccanico e formale e, realmente, reversibili.

MODALITÀ DI ELABORAZIONE DELLA PROPOSTA PROGETTUALE
Per quanto riguarda quest’aspetto, si è da più parti invocato il ricorso allo strumento del concorso internazionale come garanzia di qualità della soluzione architettonica ideata. Si ritiene piuttosto più appropriato, come suggerisce anche la Carta di Venezia, la scelta di un approccio multidisciplinare che preveda la costituzione di un tavolo tecnico/comitato scientifico di esperti nelle diverse competenze storico-critiche e tecnico-scientifiche, che, restituisca, infine, una soluzione ampiamente condivisa, nell’unico interesse della tutela e controllata fruibilità dell’antico monumento.

LA QUESTIONI DEI TEMPI
Si vuole evidenziare, infine, come la tempistica richiesta per accedere ai citati finanziamenti europei che sembra avere, apparentemente, solo un risvolto pratico e, in fin dei conti, marginale, risulti, in realtà, un nodo centrale nell’intera vicenda. La corsa alle suddette risorse finanziare rischia, infatti, di inficiare la stessa sostanza del rigoroso iter progettuale appena descritto, che evidentemente per sua stessa natura, potrebbe avere bisogno di tempi più lunghi e, soprattutto, rischia di sacrificare, questa volta in modo definitivo, l’unicità e l’irriproducibilità materiale del rilevante monumento e, quindi, la sua stessa sopravvivenza.

*architetto e docente Università Parthenope di Napoli





Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto