«La pandemia come lezione di vita»

di Francesco Bevilacqua*

Provate a digitare su Google la parola “transumanesimo”. Il significato più attuale della parola ha a che fare con la convinzione, di tipo illuministico-scientista, secondo la quale la morte è solo una malattia e ciascuno di noi, prima o poi, potrà vivere in eterno. A pensar bene, è un concetto già genialmente ideato, molti secoli fa, dai cristiani. San Paolo scrive nella prima lettera ai Corinzi: «L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte». Insomma, sia per il cristianesimo che per il transumanesimo, la morte non è un accadimento naturale, non è “sorella”, come affermò ereticamente San Francesco; è, invece, la somma nemica, un accidente che Dio o l’uomo, prima o poi, riusciranno a sconfiggere. E già si progettano i trapianti di teste, il riversamento della mente individuale in una macchina (“uploading del cervello”) e via discorrendo. Intanto, come testimonia Mark O’Connell in “Essere una macchina”, diversi ricconi del pianeta si fanno ibernare in costose cliniche specializzate, immaginando di risvegliarsi quando l’uomo avrà completato la sua illusione di immortalità.
Non sappiamo quale sia la posizione ufficiale del movimento transumanista in merito alla pandemia in atto, ma possiamo immaginarlo: si tratterebbe solo di un piccolo accidente, non preventivato, sulla via della salvezza eterna. Strano linguaggio, quasi messianico! Ma, attenzione, non c’è da fare ironia: i transumanisti saranno pure un po’ matti, ma la loro opinione è ormai divenuta comune fra la gente.
Quando mi sono chiesto, ad esempio, perché tanti amici di sinistra, sempre schierati dalla parte della libertà e contro il potere, in occasione della pandemia siano divenuti fervidi sostenitori delle restrizioni e dell’ubbidienza, grandi elogiatori di amministrazioni e governi, ho subito pensato che questo “salto di specie”, come direbbero i virologi, è potuto avvenire proprio a causa della diffusione del pensiero transumanista anche presso di loro. La sensazione è che questi vecchi libertari (e a volte anche libertini) convertiti all’ubbidienza, che questi grandi trasgressori di regole divenuti ligi esecutori di ordini, aspirino inconsciamente ad una vita eternamente infantile, mai emancipata, mai consapevole che nessuna città, nessun servizio, nessuna macchina, nessuna scienza potrà mai proteggerci dalla vita, con le sue sofferenze, le sue difficoltà, i suoi imprevisti, la sua naturale conclusione.
Chiarisco: anch’io ho paura del virus e mi comporto di conseguenza. Ma non provo angoscia. Nonostante i media ce la mettano tutta per farmela venire. Come ha chiarito Umberto Galimberti, anche di recente (ma lo aveva già scritto Hans Jonas in “Il principio responsabilità”), la paura è un sentimento positivo: dinanzi ad un pericolo ci si difende; mentre l’angoscia è un sentimento inane: quello stesso pericolo ci paralizza. Paradossalmente, la paura nasce dalla coscienza della finitezza della vita, della inevitabilità della sofferenza e del dolore e serve a procurarsi, per quanto è possibile, una buona vita; mentre l’angoscia proviene dall’illusione che sia necessario conseguire una vita iper-protetta e finisce per farci rinunciare alla vita.
Lo aveva compreso perfettamente Sigmund Freud che nel 1915 pubblicò “Considerazioni attuali sulla guerra e la morte”. «Insistiamo […] – scrive il grande psicoanalista – sulla causa accidentale della morte: incidente, malattia, infezione, tarda età; rivelando così una tendenza ad abbassare la morte da fatto necessario a fatto casuale. […] Questo modo di considerare la morte ha però un grande effetto su tutta la nostra vita. La vita s’impoverisce, perde d’interesse se non è lecito rischiare quella che, nel suo gioco, è la massima posta, e cioè la vita stessa». Come a voler dire che pretendere di vivere senza la consapevolezza della fine produce in ciascuno di noi, paradossalmente, l’incapacità di godere della vita, con i suoi alti ed i suoi bassi, con le tante prove da superare. Esattamente come si pretende, a volte, di godere dell’amore senza mettere in conto il tradimento, la sconfitta, la fine stessa di quell’amore. Ed è forse per questo motivo che quei miei amici di sinistra di cui sopra dicevo, nell’era del virus hanno perso la bussola, divenendo, infine, più realisti del re. Mutuerò allora, per costoro, un principio tratto proprio da Freud che, in conclusione del suo saggio, così scriveva: «Ricordiamo il vecchio adagio: si vis pacem, para bellum. Se vuoi conservare la pace, preparati alla guerra. Sarebbe tempo di modificarlo così: si vis vitam, para mortem. Se vuoi sopportare la vita, disponiti ad accettare la morte».

*avvocato e scrittore





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