I calabresi, la sanità e il potere

di Francesco Bevilacqua*

Lagnarci è lo sport preferito di noi calabresi. Ne è prova l’atteggiamento avuto di fronte alla vicenda della sanità regionale. Una vicenda reale, beninteso; che però, grazie all’azione congiunta della semplificazione mediatica, da un lato, e della nostra auto-rappresentazione, dall’altro, da problema di disorganizzazione e di corruzione si è trasformata, magicamente, in un indistinto caso di malasanità, che ha finito per coinvolgere anche eccellenze, professionalità e buone pratiche diffuse, pure, più di quanto comunemente si creda, nella disastrata sanità calabrese. A mio parere, tutto questo è sintomatico del rapporto di dipendenza, al limite del masochismo, che i calabresi hanno con il potere.
Come calabresi accettiamo supinamente – salvo eccezioni – l’idea che ci si debba necessariamente spostare al Nord per la nostra salute: “fatti vedere da uno specialista a Milano” è l’adagio dei soliti sapientoni, amici e parenti. Per dimostrare che si tratta, però, di uno stereotipo errato, voglio enumerare qualche esperienza che mi ha toccato personalmente o da molto vicino.
Da pochi anni laureato, grazie ad un radiologo dell’Ospedale di Soveria Mannelli, salvai la mia colecisti (che è ancora felicemente in sede), che un professorino furbetto di una clinica privata di Bologna voleva togliermi a tutti i costi, spacciando l’operazione per una “cautela”. Le mie cefalee croniche, dopo aver vagato per i più blasonati centri italiani, mi sono state infine curate, con successo, da una anestesista dell’INRCA di Cosenza. Un’algodistrofia dell’astragalo (una necrosi all’osso della caviglia che avrebbe potuto rendermi zoppo per tutta la vita) mi è stata risolta da un chirurgo ortopedico del Policlinico Universitario di Germaneto; lo stesso che aveva perfettamente ridotto una grave frattura al gomito a mia moglie. Ho avuto un’esperienza che definirei raccapricciante, invece, in occasione di una visita presso l’Istituto Tumori di Milano; mentre fra i reparti di urologia degli ospedali di Lamezia Terme e Catanzaro sono poi venuto a capo del mio problema. Mia madre fu salvata da un primario di medicina interna dell’Ospedale di Lamezia Terme, dopo che al Molinette di Torino stavano per portarla in sala operatoria per un tumore ai polmoni, che non c’era: si trattava, più semplicemente, di una bronchiolite alveolare (un’infiammazione ai bronchi probabilmente dovuta ad un agente esterno). Mio padre fu sottratto al bisturi dei cardio-chirurghi di un grande ospedale privato del Nord, da un primario di cardiochirurgia di un ospedale calabrese. E potrei continuare ancora con altre esperienze, di amici e parenti meno stretti.
Forse la mia famiglia ed io siamo stati fortunati. O forse siamo stati incoscienti. Forse i casi che ho raccontato non sono rappresentativi dello stato generale della sanità in Calabria. Ci sta tutto! Ma non credete che la colpa della situazione in cui ci troviamo sia un po’ anche nostra, dei calabresi intendo? Oggi ci lamentiamo, ci indigniamo, inondiamo i social di invettive e battute, organizziamo drive-in di protesta dinanzi alla Regione. Ma a me pare che anche noi abbiamo contribuito e contribuiamo, tutti i santi giorni, ad affossare la nostra sanità (e non solo quella) in almeno quattro modi diversi.
Il primo è, appunto, quello di credere, fideisticamente, che solo al Nord vi sia una sanità pubblica efficiente e che solo lì esistano i bravi medici (magari calabresi emigrati). Contraltare di questa credenza è l’idea, ormai assurta a verità mediatica, che in Calabria non ci si possa curare seriamente.
Il secondo è quello di non esserci mai battuti abbastanza perché le disfunzioni in specifici ospedali, reparti, ambulatori e quant’altro trovassero adeguata soluzione (intendo, quindi, battaglie locali).
Il terzo è quello di non testimoniare mai pubblicamente le esperienze positive che molti di noi hanno vissuto nella sanità pubblica calabrese, preferendo, invece, associarci, senza remore, al coro scandalistico sulla malasanità locale.
Il quarto ed ultimo – e qui sta il collegamento col più generale problema del rapporto dei calabresi col potere – è quello di aver quasi sempre eletto nei posti chiave persone incapaci, con la speranza di ottenere in cambio qualche favore. Salvo poi a fingere di meravigliarci se scopriamo che i commissari della sanità calabrese somigliano tutti a degli attori d’avanspettacolo.
Badate bene: questo andazzo non data solo da pochi anni, ma è tipico della Calabria e dei calabresi, quantomeno dall’Unità d’Italia. Un grande autore calabrese, di Acri, Vincenzo Padula (1819/1893), infatti, così scriveva nel 1864: “Quante volte percorrendo i vari paesi di questa Calabria, che ci è tanto cara, non ci siamo vergognati di essere calabresi! Quante volte non abbiamo dubitato dell’esistenza dell’anima in un popolo che dividendosi in due ali mute, ritte ed immobili come se sopra gli fossero scoppiati mille fulmini diceva: «passa lui, passa il padrone»; e gli si curvava d’innanzi come avesse voluto dirgli: «Signore, fateci l’onore di darci un calcio nel deretano!».

*Avvocato e scrittore





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