«Sanità calabrese come problema culturale»

di Emiliano Morrone*

Il «caso Calabria» è esploso in tutta la sua virulenza. Avanza allora il rischio di ulteriori contagi a danno della ragione e della dignità collettiva. Sulla tutela della salute – arriverà come Godot? – corriamo il pericolo di pagare ancora, incolpevoli, le conseguenze dello stordimento cronico della politica, gli effetti micidiali della disorganizzazione del sistema, di “perturbanti” che propinano la solita, inefficace cura per il Servizio sanitario calabrese, il più malato d’Italia. Lo Stato di polizia viene promosso come l’unico vaccino funzionante, ma il diritto alla salute non può giovarsi del mero potenziale repressivo, che già opera per conto proprio, né riguarda l’ordine pubblico tout court. Qualcosa ci avranno insegnato le esperienze pregresse. Penso alla sconfessione dell’idea prevalente che gli ufficiali militari siano in grado, da soli, di contrastare la costante gravitazionale. Alludo, per esempio, alle vicende delle Asp di Reggio Calabria e Catanzaro, guidate da terne prefettizie sensibili ai richiami della Corte dei conti ma in affanno sull’organizzazione e sulla gestione dei servizi, come di fronte all’emergenza Covid. Se la ’ndrangheta – attrezzata, pronta a lucrare sulle nostre sventure – avesse invaso e infestato ogni ambito dell’amministrazione pubblica, non resterebbe che fuggire, perché nemmeno un dio, a quel punto, potrebbe salvarci. Con buona pace di Heidegger.
Nicola Gratteri ha ragione quando, anche a Tg2 Post, intervistato da Manuela Moreno, avverte che le cosche trattano fra di loro, fanno votare per i candidati più disponibili e decidono quali gare d’appalto vadano bandite, quando e in che modo. E fa benissimo, il procuratore, a insistere sulla necessità di assicurare un profondo rinnovamento nella dirigenza sanitaria, poiché ai posti di comando rimangono a oltranza, a volte con beffarda sfrontatezza, responsabili a vario titolo di guai e drammi spaventosi.
Il problema della sanità calabrese è anzitutto culturale. Non c’è peggior sordo di chi non voglia sentire, non c’è più orbo di chi non intenda vedere. Dopo l’uscita di scena dei vari Cotticelli, Zuccatelli e Gaudio, che per motivi differenti hanno rinunciato al mandato del governo, ancora non sappiamo che cosa possa e debba fare il nuovo commissario ad acta, di nomina imminente. Finora manca un intendimento sui compiti e sugli obiettivi da affidare alla struttura commissariale, composta di tre esperti in base al secondo decreto Calabria. Anzi, la logica del nome e del volto sembra l’unica considerata a palazzo, quasi come se nel 2020 potesse valere la genealogia nobiliare o che dovessimo patire, muti, i vecchi pregiudizi di Lombroso.
Così si consolida il dogma che per il ruolo serva un santo, un poliziotto, un giustiziere della notte o perfino un volto da prima pagina o serata. Anche perché noi calabresi abbiamo sfiducia preventiva per i nostri conterranei; ci siamo abituati a digerire la vulgata, fasulla, sulla nostra presunta inadeguatezza, inaffidabilità e verosimile vicinanza alle ’ndrine; quest’ultima corroborata, di là dall’azione importante della magistratura, dagli arresti di eletti “eccellenti” o dalle indagini a loro carico. Ci guardiamo d’istinto in cagnesco; spesso siamo diffidenti l’uno dell’altro, invidiosi, gelosi, incapaci di analisi, prospettiva, senso di comunità. Quindi cadiamo nella tentazione di accettare, addirittura come una grazia, l’invio da Roma dell’eroe forestiero, del guaritore con le stigmate che funziona a patto di non avere legami di sangue o di cuore con la Calabria. Oppure se ne è un oriundo, esiliato dal sistema delle ruberie e delle clientele che tutti corrompe senza eccezione.
Non può valere né vincere questa visione distorta, esasperata della realtà, che non lascia speranza ai giovani e che, anzi, li induce a cancellare dalla mente il diritto di scegliere se vivere e creare famiglia in Calabria; che, nell’indifferenza dei suoi teorizzatori (politici), impone loro un aut aut: o parti oppure ti adegui, ti sporchi, ti comprometti. Se prestiamo credito e sostegno a questa mostruosa semplificazione, rinunciamo da principio ad entrare nel merito dei problemi, sopraffatti dalla peste criminale che, a prescindere dalla cultura e coscienza di ciascuno, entra, secondo certi “megafoni” di partito, in ogni casa, in ogni stanza, in ogni animo. Quindi non capiamo alcunché della sanità calabrese, ignorandone ruoli, bisogni e priorità.
Di recente – sentito alla Camera in commissione Affari sociali, a proposito del nuovo decreto Calabria – il professor Ettore Jorio ha contestato i risultati dei 10 anni di commissariamento della sanità regionale e ribadito che il delegato al Piano di rientro dal disavanzo sanitario «sostituisce gli organi regionali ritenuti inadempienti dal 2010 nel garantire l’esigibilità dei Lea alla popolazione interessata nonché incapaci di rendere sostenibile il bilancio regionale e di accertare correttamente il debito accumulatosi». «Il commissario ad acta – ha chiarito il docente dell’Università della Calabria – è tenuto a svolgere funzioni di programmazione e indirizzo residuando, a mente dell’articolo 4 del decreto legislativo 165/2001, alla dirigenza regionale l’attività gestoria conseguente, da esercitarsi attraverso l’adozione di atti amministrativi». E più avanti, rivolgendosi ai parlamentari: «Meraviglia, tra le competenze assegnate (dal decreto, nda) al novellato Commissario, l’assenza di una corretta ricognizione del deficit patrimoniale determinatosi a tutt’oggi nel Servizio sanitario calabrese. Un adempimento, questo, che potrebbe consigliare, in occasione della riconversione del DL in esame, l’introduzione nell’ordinamento di una “Relazione iniziale dell’attività commissariale”, con i cui dati lo stesso avrebbe peraltro occasione di misurarsi annualmente sul proprio operato e darebbe modo alle istituzioni preposte di valutare le sue performance di periodo. Due elementi, la ricognizione e la relazione di inizio attività, che sarebbero indispensabili per ripartire e per eventualmente rintracciare, e questo è tra i Vostri doveri, le disponibilità finanziarie per una soluzione di perequazione straordinaria del debito pregresso, pena l’affondamento definitivo della Sanità calabrese». Al termine del suo ampio e articolato intervento, peraltro centrato sugli aspetti di compatibilità costituzionale del decreto in parola, che migliorato può rappresentare un valido strumento a vantaggio della sanità della Calabria, Jorio ha toccato il punto delle risorse. Poche e inadeguate quelle «rese disponibili di 180 milioni, sono appena sufficienti a coprire il disavanzo annuale residuale del S.S.R. per i tre anni a venire, ovviamente al netto del prelievo della fiscalità regionale, che giova ripetere è oltre il massimo dei livelli previsti». «Incomprensibili e inauditi – ha sottolineato il docente dell’Unical – i 15 milioni di euro messi verosimilmente a disposizione degli advisor per certificare i bilanci regionali, piuttosto che essere destinati alla indispensabile rilevazione del fabbisogno epidemiologico sul quale rifondare l’intervento commissariale. Un adempimento, quello della certificazione dei bilanci, dai medesimi advisor mai perfezionato in quasi un decennio, tanto da registrare ad oggi bilanci incerti, quando va bene, ovvero mai adottati».
Pertanto, le questioni di fondo della sanità calabrese vanno ben oltre il solo discorso sulla ‘ndrangheta, la quale, a scanso di equivoci, cresce e ruba ogni giorno. E vanno più in là del pensiero sul nome, sul volto del prossimo commissario ad acta. Che resta secondario.

*giornalista





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