«Bi-sogno di una Calabria normale»

di Gioacchino Criaco*

Crotone è sott’acqua, eppure le alluvioni sono accadimenti endemici in Calabria. Ci siamo abituati e ogni anno in qualche luogo calabrese si manifesta un’emergenza. Non ci siamo adattati a contrastarle, per quanto possibile, anzi a una cura maggiore nel passato abbiamo sostituito l’incuria del territorio: il suo abbandono, la cementificazione. Si parla da anni di necessità di riassetto idrogeologico, se ne parla soltanto. E un grande, addirittura unico, piano potrebbe essere un’enorme, straordinaria opera di decementificazione. Togliere, distruggere manufatti eretti per pura speculazione. Eliminare il cemento pubblico e quello privato, inutile, finanziare chi volesse ridurre i propri eccessi cementizi e ricondurli ad abitazione fruibile, di impatto minimo. Rendere funzionali gli asfalti esistenti e non stenderne di nuovi, levarli dove non servono. Spendere sui binari esistenti e trasformare linee ridotte in moderne tratte interurbane. Insegnare un consumo diverso, costruire un riciclo virtuoso e chiudere davvero le discariche, e chiudere le centrali a biomasse perché la Calabria produce molta più energia di quella che le serve. Riaprire le scuole dell’interno, mantenerle e costruire presidi sanitari nelle aree lontane dalle coste. Curare il patrimonio artistico, quello archeologico, da Reggio a Sibari, e mettere le bellezze in mostra, persino a frutto. Costruire opportunità per quelli che non vogliono partire, per i molti che vorrebbero tornare. Lasciare che le intelligenze delle università calabresi si occupino di innovazione. Migliorare i vini, gli olii, i frutti e ripulire tutto da tutto lo sporco che abbiamo messo in giro. Togliere tutti gli accrediti alla sanità privata e costruire una sanità pubblica dignitosa. Dare l’acqua gratuitamente. Trasformare Calabria Verde e i consorzi di bonifica in moderne agenzie ambientali che curino il territorio. Chiedere il biologico e la legna alle nostre montagne. E andare nelle rughe, nelle periferie, costruire strade per entrare o rientrare in un contesto sociale unico, solidale. Mettere al centro le fragilità, chi è più in difficoltà, più bisognoso, e dare alle capacità più gratitudine non più soldi. Cinque anni fa la piena dell’Allaro si portò via un ponte sulla 106. Un ponte nuovo ancora non c’è, perché ci siamo lasciati sottomettere da una classe dirigente che trova la propria forza nel costruire sottosviluppo, nel perpetuare bisogni a cui rispondere da sovrani, concedendo qualcosa, di tanto in tanto. Fra qualche mese i responsabili, di destra e di sinistra, innalzeranno i loro volti sui cartelloni elettorali, come in una triste galleria pittorica in cui si susseguono i quarti di nobiltà, di padre in figlio, di generazione in generazione, e alla fine basterebbe un solo dipinto per effigiare la faccia dell’arroganza. Il sogno della Calabria, in fondo, è solo il bisogno di una normalità che renda dignitosa la vita. Un progetto a cui nessuno si è mai dedicato. E la normalità può essere il punto principale di chi abbia il coraggio di provare a rimandare nelle loro magioni i signori del Feudo, senza spargimenti di sangue e punizioni esemplari, anzi, pure con un tante grazie. Ma davvero, fra qualche mese, per tante coincidenze, ci sarà la possibilità di cominciare un percorso di normalità, fatto da realtà territoriali a cui i partiti tradizionali non dovranno opporsi rinunciando in toto a ripresentare la solita classe dirigente, altrimenti dovranno assumersi la responsabilità di essere i fautori del disastro. Chi davvero ci crede non potrà non lottare, ognuno per come potrà. E chi vuole sul serio archiviare la lunga e dolorosa pagina del Feudo deve affiancare gli intenti buoni. Buona Calabria Normale.

*scrittore





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