«Sanità (e non solo), il cambiamento deve essere radicale»

di Emiliano Morrone*

Abbiamo alcune certezze in Calabria, di là dalla violenza e dal cinismo dell’ultimo coronavirus, che ha prodotto lutti, recessione, ansia e sovraffollamento degli ospedali.
Governanti e governati vivono spesso in mondi distinti e lontani, parlano lingue diverse, a sé stanti. In generale gli uni hanno lenti coperte dall’untuosità della burocrazia, fame fiera di apparire. Invece gli altri non sanno se e quando mandare i figli a scuola, se e quando riceveranno ristori, prestiti e speranze, come dovranno campare e in che modo potranno curarsi e isolarsi in caso di contagio.
I tempi della politica e degli uffici pubblici non coincidono con quelli della realtà quotidiana: sono biblici e tante volte inutili, beffardi, poiché i provvedimenti di emergenza e le sentenze dei tribunali trovano attuazione troppo tardi, quando i problemi si sono aggravati e la “medicina” è divenuta acqua corrente. Su tutti valga l’esempio degli oltre 400 giorni preventivati per il raddoppio delle terapie intensive nella regione, che potremmo avere quando forse, via alle giaculatorie, sarà arrivata una nuova Sars a causa del rapporto innaturale tra gli esseri viventi, figlio di un capitalismo onnivoro, pandemico, disumano.
Ne pagano le spese l’istruzione di base, la giustizia, la sanità, le imprese, i lavoratori, i disoccupati, i precari, i deboli e quanti non hanno lasciti, rendite per generazioni, amici a palazzo oppure nella villa del boss “luntrune” o dal vestito lindo.
Siamo nel caos peggiore, in Calabria, nella povertà più cupa. Non abbiamo interlocutori, strumenti, senno e riferimenti. Mentre il Covid avanza, colpisce e affonda, la politica litiga, spergiura, rinvia, farfuglia o deborda, inventa spettri o amplifica il proprio ego a piacimento, secondo il vecchio, fisso copione dell’indecenza. Ce n’è per tutti i gusti: si recita a soggetto nell’unico teatro che nessuno ha chiuso, in cui la coscienza non entra nemmeno davanti al dolore, alla disperazione, all’evidenza.
In questo clima da esplosione atomica, i furbi ingrassano, come alcuni dirigenti calabresi incollati alle poltrone, per giunta promossi. E a suggello avanza il messaggio confortante di «un Natale di prudenza e amore», che sa di tragicommedia virtuale e assieme di sfrontata «supercazzola».
Le sconcertanti dichiarazioni televisive dei plenipotenziari di Calabria non sono che una riprova, l’ennesima, del degrado culturale e politico che rovina la nostra terra, in cui la meritocrazia rimane sepolta sotto le macerie della ragione, dell’etica e della responsabilità pubblica. A me non fanno più effetto simili candid camera, perché come molti colleghi giornalisti ne conosco le origini e capisco che vanno più in là del mito universale della ’ndrangheta, che cresce sempre davanti all’ignoranza e all’indigenza collettiva, alla frequente latitanza e doppiezza dello Stato.
Non sarà il nome, il volto, il curriculum e l’eventuale prestigio del commissario al Piano di rientro a cambiare le sorti «magnifiche e progressive» della Sanità calabrese, da cui dipende in larga misura il futuro della nostra economia e comunità. Se mancherà un ricambio radicale della dirigenza sanitaria, se non saranno almeno raddoppiati i 180 milioni stanziati per la salute nel nuovo decreto Calabria e se, come cittadini, non sapremo imporci nel pretendere verità e diritti, nel 2021 ci ritroveremo a ripetere gli stessi racconti, ad attendere ancora Godot, a misurarci con la nostra marginalità permanente. Con la nostra inguaribile impotenza.

*giornalista





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