«Cosa c’entra Miozzo con la sanità calabrese?»

di Emiliano Morrone*

Forse nemmeno Beckett avrebbe saputo scrivere un copione tanto assurdo. Siamo oltre il surrealismo di Dalì, i racconti di Borges e il colpo di scena da Beautiful. La Sanità calabrese è diventata materia di studio, direi antropologico, letterario e tra poco, può darsi, delle neuroscienze. Mentre fumava sorridente, Paolo Pollichieni diceva che qui, in Calabria, la realtà supera la fantasia. Non sbagliava. Sapeva. Raccontava, il direttore, i fatti di una burocrazia, di una politica nostrana e nazionale in cui sovente non esisteva – né si vuole praticare – la logica del terzo escluso, in cui spesso numeri e leggi si alterano a piacere e gli alibi del potere raggiungono l’indefinibile. Di là dalla barzelletta, dalla «supercazzola» monicelliana e dalla fumettistica.
Passiamo fissi sui tg, sui giornali, sui social, «e adesso la pubblicità». Però non noi comuni cittadini, che ancora preserviamo un senso del normale, del limite e del consentito. Le “parti” dei commissari ad acta resteranno nelle antologie della satira. Le rievocheremo a San Silvestro, assieme agli altri drammi del 2020, alle paure e fatiche dell’anno che sta per spirare, tra i peggiori degli ultimi lustri.
Ora si attende la nomina di Agostino Miozzo, il coordinatore del Comitato tecnico-scientifico, alla guida del Piano di rientro. Ma in proposito emerge un dettaglio: nel suo curriculum non compare traccia, salvo che non sia aggiornato, di esperienza di organizzazione e gestione sanitaria in azienda pubblica della salute. Sappiamo che la moglie non porrebbe ostacoli all’eventuale trasferimento a Catanzaro e che lo stesso “favorito” è un chirurgo che ha svolto molteplici incarichi di prestigio. Tra l’altro si è occupato di questioni di politiche antidroga – e la droga in Calabria è un tasto dolente – come di «implicazioni dei processi migratori e di protezione civile europei». Inoltre Miozzo è stato «responsabile delle relazioni internazionali e curatore di corsi di formazione dedicati ai volontari di Emergency Italia». In particolare, per l’Ong fondata da Gino Strada «ha seguito progetti in numerosi paesi – la minuscola sarà stata accidentale – che vivono in situazioni di conflitto, crisi sociali e migratorie, crisi umanitarie, in particolare in Sudan, Repubblica centro Africa, Kurdistan Iracheno, Libia».
Encomiabile, ma viene da chiedersi che cosa c’entri con la Sanità calabrese e perché si debba puntare su un professionista – di grande spessore, per carità – che ha già collaborato con Emergency. Ancora, un’altra domanda nasce spontanea. Dal procuratore Gratteri al docente dell’Unical Jorio si leva una voce sola, che dovrebbe essere almeno ascoltata, perché non è quella degli amici del bar. In sostanza si chiede all’esecutivo nazionale di guardare ad un tecnico della materia, ad uno che sappia di conti, bilanci e sistemi sanitari. Naturalmente onesto, coraggioso ed empatico. Non c’è nessuno, in Calabria o lungo lo Stivale, con questi requisiti? Che c’azzecca l’Africa con la Calabria, posto che ogni luogo ed ogni popolo ha la sua dignità inviolabile? Il governo ritiene che la Calabria sia Repubblica a sé, che i calabresi siano vittime di crimini umanitari e che la ’ndrangheta rappresenti un regime vero e proprio, l’antistato che ha vinto contro l’Italia del G8?
Nella storia della sanità calabrese figurano sociologi, commercialisti e medici condotti ai vertici della dirigenza. Manca, tuttavia, un profilo nuovo. Ma il punto resta sempre uno, cioè l’esperienza concreta, il bagaglio del futuro commissario ad acta. Di là, in tema di Calabria, dalla “nostra” passione – incensurabile – per gli artisti dell’immaginazione.

*giornalista





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