«Il mio coming out politico»

di Francesco Bevilacqua*

Per fare politica occorre parlar male degli avversari. Anzi, è indispensabile avere degli avversari. Per conto mio non sono mai riuscito ad assuefarmi ad una simile necessità! Ed è anche per questo che voglio starne fuori. Quello che leggerete è il mio coming out politico. Un po’ di pazienza e, alla fine, capirete il perché di questa inusuale confessione.
Parto dal ricordo di come declinai la proposta di candidatura a sindaco di Lamezia Terme nel 2001, per la sinistra. Dissi che al primo comizio avrei esordito così: “Cari cittadini, se mi darete il voto ne sarò onorato, ma se lo darete al mio avversario sarò felice ugualmente: è una persona degna e capace.” Inutile dire che miei proponenti si ritirarono in buon ordine. Ma non fu né la prima né l’ultima volta. Nel 1985 due importanti dirigenti del Pci mi avevano proposto la candidatura a consigliere regionale da “indipendente”. Mi giustificai con il mio impegno di delegato regionale del Wwf In quella tornata il Pci fece il pieno di consiglieri: dodici (se non ricordo male), fra cui due indipendenti. Ma la proposta più curiosa mi fu fatta nel 1994, l’anno della scesa in campo di Silvio Berlusconi. L’allora direttore di una importante emittente televisiva calabrese, dove ero spesso ospite in studio, mi mise a parte dei progetti del cavaliere per la Calabria e mi chiese di fare da coordinatore della nascente “Forza Italia”, con la prospettiva immediata di una candidatura al Parlamento. Stando a come andarono le cose, se avessi accettato, mi sarei guadagnato certamente un vitalizio o una pensione. E il copione fu identico anche in altre occasioni, che elencai in un articolo uscito sul numero di febbraio 2003 della rivista “Calabria”: nel 1990 ci avevano provato i Verdi, per il Consiglio Regionale; nel 1993 ancora una volta la sinistra per la candidatura a sindaco a Lamezia.
Non so quante persone possano vantare un simile “palmares” di rifiuti. So però che, per molti che leggeranno queste righe, o sono un fesso o sono uno snob asociale e spocchioso. L’amico dirigente sindacale Massimo Covello, qualche giorno fa, dinanzi al mio ennesimo rifiuto “preventivo” verso la politica, espresso con una battuta sui social (“Pfizer, quando sarà pronto il vaccino contro la politica?”) ha obiettato che l’uomo è un animale sociale (famosa affermazione di Aristotele) e che non ci si salva da soli (da espressioni di Enrico Belinguer e di Papa Francesco). Gli ho risposto che ha ragione da vendere, ma che la mia indisponibilità non va contro questi principi. Tutt’altro: chiamarsi fuori dalla bagarre della “politica” è essenziale per far funzionare la “Politica”. Perché non tutti siamo capaci di fare questo “lavoro” e dovremmo avere l’umiltà di saper rifiutare. A patto, ovviamente, che chi si chiama fuori faccia qualcosa di utile per gli altri, foss’anche del semplice volontariato, o raccontare storie edificanti, o svolgere bene il proprio ruolo di padre o di madre, o fare onestamente il suo lavoro, o adoperarsi, senza mandato elettorale, in tutte quelle cose che, solitamente, riteniamo essere di esclusiva competenza degli eletti, contribuire, dal basso, insomma, al buon funzionamento delle istituzioni. E di persone che fanno “Politica” in questo modo ce ne sono tante in giro, anche in Calabria, checché ne dicano gli spocchiosi alla Corrado Augias. Pochi parlano di questa “Politica”, surclassata dagli strepiti della “politica”.
Non ho mai avuto – e mai avrò – velleità di candidarmi a nulla perché ho sempre appagato l’ “animale sociale” che è in me con un costante impegno civile. Ma ciò non basta a far di me un buon candidato! E non sono solo queste le ragioni della mia ostinata chiusura. Ce n’è qualche altra, non meno decisiva.
Chi entra in politica, foss’anche una persona straordinaria, il più delle volte finisce con l’abbandonare i consigli degli amici fidati ed a credere, invece alle lusinghe opportuniste della pletora di consulenti strapagati, questuanti e yesman che lo assale come un nugolo di mosche sul banco del macellaio. Al punto che, a seguito di diverse esperienze personali, ho coniato lo slogan: “Ai politici non piacciono le consulenze a gratis!”
Ancora, in politica si corre il serio rischio di rimanere invischiati nella ragnatela di quella indistruttibile super-burocrazia di cui parla spesso Nicola Gratteri. Per fare politica, poi, è indispensabile avere un’efficace protezione della mucosa gastrica, contro le ulcere perforate. Ancora, in politica occorrerebbe avere sempre a fianco uno psichiatra fidato che ti salvi dalla tossicodipendenza da potere. Infine, chi accetta un incarico pubblico dovrebbe avere un lavoro che gli consenta di trascurarlo senza riceverne gravi pregiudizi (in questo senso sono fortemente favorevole sia ai vitalizi che alle pensioni per chi non ricade in questa categoria).
Chi, come me, non crede di essere adatto a questo tipo di vita, può senz’altro continuare a fare quel che sa fare, senza necessità di essere accusato di disimpegno! Tanto più che, personalmente, sarei sempre a disposizione – “a gratis” – per chiunque, invece, si sia assunto, onestamente, l’onere di fare politica e che, per tale impegno a servizio della comunità, avrà sempre la mia gratitudine.
Siamo arrivati alla fine del coming out. Devo solo rivelare – se non lo si fosse già capito – quali sono le ragioni che mi hanno indotto a questo. La prima è per tentare di spiegare che la politica si può fare anche senza accettare incarichi pubblici. La seconda è per giustificare una scelta che potrebbe apparire disfattista. La terza – last but not least – è perché vorrei sentirmi libero di intervenire, in prosieguo, nel dibattito sulle prossime elezioni regionali, senza che qualcuno pensi che lo faccia con un secondo fine. Dunque, la notizia, una volta tanto, è: offro ancora una volta il mio impegno, ma senza pretendere nulla in cambio. Sempre che Corrado Augias me lo consenta.
*Avvocato e scrittore





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