«Calabria: non perdiamo l’occasione»

di Teresa Benincasa

L’articolo di fondo del “Corriere della Sera” del 26 novembre u.s. di Goffredo Buccini, dedicato alla situazione della Calabria sembra essere caduto nel vuoto. E’ un peccato perché esso meritava di essere discusso e preso come spunto per avviare una riflessione ad ampio respiro, oltre lo specifico, che le argomentazioni di Buccini esplicitavano; tuttavia, con il limite della narrazione e la carenza di una più compiuto ragionamento critico.

La cronaca è fondamentale, ma un fondo del Corriere non rientra nella categoria della cronaca, bensì in quella della valutazione politica. Una valutazione ad ampio spettro poiché siamo convinti che non si comprende la questione calabrese se la si tiene racchiusa entro i paletti della cronaca e non la si inquadra in un campo largo di valutazione storico-politica. Ciò non significa fuggire dal presente per dire, come talora si usa dire, che “la questione è più complessa”; non fare ragionamenti ultronici, ma se non si dà senso al presente – e in ciò la storia non è certo un dato accessorio – non si riesce né a capirlo né a cercare di impostare quanto di esso deve essere risolto per riagganciare quella normalità che in Calabria sembra essere molto distante, ma che costituisce l’orizzonte minimo di un possibile futuro. E anche di un suo possibile sviluppo positivo.
Da troppo tempo la questione meridionale non è più nell’agenda alta del Paese. Il fatto che sia così ci dice a che livello di decoazione interna sia la percezione del Paese e della deresponsabilizzazione della politica; un fenomeno che tocca, oramai, un po’ tutti i livelli. E’ una grave mancanza. Nel 1925, un meridionalista insigne quale Guido Dorso denunciava come quella meridionale fosse la questione centrale dello Stato unitario. Aveva ragione e per molti anni la politica, con risultati ora buoni ora opinabili, vi si è applicata, proprio perché la situazione del Meridione investiva direttamente la capacità dello Stato di essere unitario; anche per poter diventare una nazione. A oltre un secolo di distanza il giudizio di Dorso è ancor più vero e sicuramente più drammatico. Dentro quella meridionale sta la questione calabrese; vale a dire, di una realtà territoriale la cui sofferenza di pesi storici e politici è ben più gravosa nell’ambito del complesso, pur difficile, del resto del Mezzogiorno.

Quanto ha messo in evidenza il Covid lo dimostra; se mai ce ne fosse stato bisogno. L’articolo di Buccini invece di cadere nel silenzio avrebbe dovuto dare la stura a un possibile dibattito sulla questione calabrese dentro quella meridionale; nessuno se ne è dimostrato interessato. Al di là delle opinioni che nei dibattiti stanno in campo si è trattato di un atto ulteriore di abbandono a se stessa di una terra da parte di chi vi abita e vi lavora e da parte di chi, per ragioni oggettive di quadro nazionale, dovrebbe avere l’interesse che anche la Calabria sia Italia e non solo, al limite, un problema di ordine pubblico nonché di malversazione delle pubbliche risorse – sarà questa la ragione che ha motivato la nomina di un superpoliziotto a gestire i conti della sanità calabrese?

Ora bisogna salvare più vite possibili; ma è concepibile che un territorio che ha diversi ospedali nuovi non utilizzati debba ricorrere, per l’emergenza, a ospedali da campo? Sembra assurdo. E perché un tampone fatto in Calabria deve essere mandato a Napoli o a Bari per essere processato? Domanda, al contempo, complessa e di facile risposta.
Non si può permettere che la Calabria cada nell’indifferenza, ma perché ciò accada occorre crederci, a cominciare dai calabresi che pure protestano. Le proteste, sacrosante e necessarie, tuttavia, non risolvono i problemi se non sono seguite da concretezza di iniziativa sociale, culturale e, diremmo, pure di cambio di una certa mentalità che non si piega all’uso comune della rassegnazione.

Lo Stato, poi, faccia la sua parte in maniera diversa; non è che solo i soldi, i contributi, i sussidi e via dicendo siano le armi risolutive delle crisi; occorre consapevolezza della storia sul perché certe situazioni si siano realizzate e forza morale che innervi la politica, senso della cosa pubblica e relazione tra diritti e doveri, come ha osservato il presidente della CEC, Mons Bertolone Arcivescovo metropolita della diocesi Catanzaro Squillace.

Crediamo che oggi la questione calabrese debba fare lo sforzo di uscire dalla cronaca per entrare nello scenario politico vero del Paese, dello Stato, della Nazione se vogliamo che recuperi il suo ruolo di grande questione italiana. Essa riguarda i calabresi in primo luogo, ma anche tutti gli italiani. Occorre, cioè, aprire uno scenario inedito di responsabilità in cui non si faccia di ogni erba un fascio, ma tutto venga collocato al suo posto affinché tutti gli attori, civili e politici, regionali e nazionali, dando senso alle cose, dopo le lamentele, possano assumersi l’impegno di provarci.
Ecco perché l’articolo di Buccini offre un’opportunità; non lasciarla andare, se si vuole, non è difficile: basta solo volerlo.





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