«Calabria e la perdita dell’etica politica»

di Franco Scrima*

Per chi suona la campana? Certamente non per la Calabria che paga lo scotto di essere amministrata da una classe politica “impalpabile”, carente di cultura amministrativa, incapace di ottenere gli stessi diritti delle regioni del Centro e del Nord del Paese.
Fatte salve alcune rare realtà che si sono distinte in passato e che hanno dato lustro alla Calabria, la maggior parte di quelle attuali dimostrano di intendere la gestione della cosa pubblica più come un mezzo che può dare vantaggi personali, che un servizio per la collettività. Questa è l’immagine della Calabria del 2020. Lo percepiscono i calabresi che, comunque non trovano la forza di alzare la testa e ribellarsi, con l’arma del voto, all’opportunismo strisciante che rimane lontano dai bisogni della comunità.
E dire che nell’immediato dopoguerra, caduto il fascismo, ci sono avuti esempi di politica nobile anche in Calabria, ricca di senso civico, di servizio per la collettività, che non lasciava spazio all’approssimazione nell’affrontare i percorsi attraverso i quali ciascuno cittadino si sentiva spronato e, in un certo senso, difeso.
Questo spaccato di vita sociale, come altri esempi, col passare del tempo sono stati intesi come una “diceria metropolitana”, raccontata per mettere in cattiva luce la “benemerita classe politica” che rappresenta la Calabria. Forse la causa di un tale depauperamento delle condizioni sociali sono tutte da ricercare più semplicemente nella mancanza di fortuna nel trovare tra le tante intelligenze politiche quella giusta che avrebbe dovuto prendere in mano le redini della Regione e accompagnarla verso un destino migliore. E dire che esempi di intelligenze politiche ce ne sono state: una per tutte quella di Antonio Guarasci, primo presidente della Calabria. Etica e correttezza costituivano la base sulla quale poggiava la sua iniziativa e, dunque, la politica onesta; l’etica, in particolare che anche per altri presidenti era considerata come un “mantra” per la gestione della Regione.
Furono anni interessanti, profondi, intensi; un faro per la nostra Regione, che indicava com’era possibile fare il proprio dovere nell’interesse della popolazione amministrata. Erano i valori della deontologia politica che imponeva di spendersi in politica soprattutto nel superiore interesse di rendere un servizio alla collettività. La costanza nel portare a termine gli obiettivi del partito insieme alla necessità di lottare per dare un po’ di benessere ai calabresi hanno rappresentato l’unico, vero, motivo della missione politica di coloro che avevano ricevuto dalla popolazione il mandato a rappresentarla. Quell’etica che si era imposta su ogni altro sentimento, esprimeva l’essenza del modo di intendere la politica, la rappresentanza. È ciò che manca oggi: Non c’è più il dogma della correttezza che, unito alla preparazione, costituisce la base per evitare i guasti che continuano ad essere il seme dell’inefficienza e dell’ingiustizia sociale che ancora al Sud si scontano in termini assoluti.
Da quegli anni continua a mancare in Calabria il senso del servizio politico e il valore civico dell’impegno pubblico. E quel che è più triste è che, a distanza di anni, continua ad essere preclusa la possibilità di un barlume di speranza che faccia pensare ad un cambiamento della società, e soprattutto ad un rapporto diverso, oserei dire onesto, tra politica e società. I giovani crescono lontani dai valori della democrazia partecipata, dell’associazionismo; diventano adulti senza sapere che non era quella percorsa la strada, ignari che senza correttivi la società stessa è destinata a segnare il passo e lasciare il campo all’egoismo politico.
In Calabria è sufficiente considerare quanto avviene in talune amministrazioni locali, (e qualche volta anche in quella regionale) nelle quali raramente si coglie uno sguardo rivolto verso il futuro dei calabresi! Come se il dogma per un politico fosse il detto latino “hic et nunc” (“qui e subito”) con il quale si giustifica l’urgenza di trovare ristoro per le proprie aspirazioni senza considerare i bisogni degli altri; della popolazione in nome della quale si amministra. Si capisce così il perché la politica è sempre più intesa come gestione del potere e sempre meno come servizio alla popolazione, come strumento di giustizia sociale. La tendenza è di considerare soprattutto lo spazio in cui si muove l’elettorato per inserirsi con le aspirazioni personali. I bisogni della collettività e del territorio sono spesso considerati un’opzione. Tutto ciò rafforza l’idea che per comprendere taluni comportamenti, c’è bisogno anche di cultura, di moralità e di capacità oltre che di determinazione. In questo estremo lembo di Stivale, invece, si continua, ad attendere con animo fiducioso il realizzarsi di qualcosa di positivo, di utile. Che il bene comune prevalga su tutto! Non è questa una frase ad effetto, ma se anche lo fosse, è pensabile che «la politica che c’è in Calabria, ha bisogno della politica che non c’è».
*giornalista





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