«Rapporto Censis: serve un processo collettivo per ripensare un paese diverso»

di Giusy Raffaele

LAMEZIA TERME Il Rapporto Censis, giunto alla 54a edizione, definisce il sistema-Italia “una ruota quadrata che non gira”. Privi di un Churchill a fare da guida nell’ora più buia, capace di essere il collante delle comunità, il nostro modello individualista è stato il migliore alleato del virus, unitamente ai problemi sociali e difetti strutturali di antica data.
L’indagine annuale del Censis fotografa un’Italia caratterizzata dalla paura dell’ignoto e, quindi, disposta a rinunciare volontariamente alla propria libertà personale in nome della tutela della salute collettiva (per una percentuale pari al 57,8%) mentre il 38,5% è pronto a rinunciare ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico, introducendo limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione, di organizzarsi, di iscriversi ai sindacati e associazioni. Parallelamente cresce il desiderio di pene severe per chi non rispetta le regole, come ad esempio il carcere per i contagiati che non rispettano le regole della quarantena o pene severissime per i no-mask, ma il dato più inquientante è rappresentato dal 43,7 % degli italiani favorevole all’introduzione della pena di morte per reati particolarmente abbietti (la percentuale sale al 44,7 % tra i più giovani).
Altro dato che evidenzia una verità nota ai più è che esistono due Italie: quella dei garantiti e dei non garantiti. Su tutti, i garantiti assoluti, quelli che hanno come datore di lavoro lo Stato, un universo distinto da tutto il resto, l’incarnazione della rivincita del posto pubblico, a volte denigrato per il basso valore medio degli stipendi, ora però al riparo dalla possibile débâcle economica. Ne sono membri 3,2 milioni di dipendenti pubblici, a cui si aggiungono i pensionati. Tra i non garantiti sono annoverati i lavoratori del settore privato, i dipendenti del settore privato a tempo determinato, l’universo definito degli scomparsi (quelli del lavoro casuale, lavoratori in nero stimabile in circa 5 milioni di persone) e i lavoratori autonomi (commercianti, gli artigiani, i professionisti rimasti senza incassi e fatturati). Se il grado di protezione del lavoro e dei redditi è la chiave per la salvezza risultano disincentivati la voglia di fare e di rischiare (lo conferma il 40% degli italiani che considera un azzardo avviare un’impresa, aprire un negozio o uno studio professionale). Dal confronto tra il secondo trimestre del 2019 e il secondo trimestre del 2020 i giovani occupati tra i 15 e i 34 anni sono particolarmente colpiti dalla perdita del lavoro in settori come alberghi e ristorazione (più della metà dei 246.000 occupati in meno nel settore), industria in senso stretto, dove la riduzione ha riguardato essenzialmente la classe più giovane (-80.000), mentre le componenti più anziane registrano un aumento di circa 50.000 occupati, attività immobiliari, professionali e servizi alle imprese, dove a fronte di una riduzione complessiva di 104.000 occupati, 80.000 hanno riguardato gli occupati più giovani (il 76,8% del totale degli occupati in meno). Nel commercio si osserva invece una maggiore esposizione alla perdita di lavoro da parte dei 35-49enni: su 191.000 occupati in meno, 118.000 riguardano la classe d’età centrale e 56.000 i 15-34enni. Rispetto al tasso di occupazione totale si registra un divario tra uomini e donne di oltre 18 punti a sfavore delle donne. Profonda incertezza si registra anche nel mercato immobiliare e nelle aree centrali della città non solo per il diffuso utilizzo dello smart working, ma anche per il crollo della domanda turistica, specie internazionale, per il ricorso all’e-commerce, la cancellazione degli eventi/congresse, l’adozione della didattica a distanza nelle università e le difficoltà di gestione del mezzi pubblici e locali. Altro dato interessante che emerge dall’indagine riguarda l’utilizzo delle comunicazioni digitali: dopo una fase di iniziale entusiasmo ha registrato in almeno un quarto della popolazione appartenenti alla classe più giovane (18-34 anni) una certa dose di insofferenza a causa di fattori quali incomprensioni, impossibilità di usare il linguaggio del corpo e la difficoltà nel creare la necessaria empatia. A dimostrazione di come nell’anno della pandemia siano cambiati i comportamenti degli italiani, si evidenzia.a fronte di una fisiologica diminuzione del traffico dei passeggeri nei primi 20 scali aeroportuali del paese, il ritorno in auge della vacanza a corto raggio e l’utilizzo delle seconde case.
Riguardo il rapporto degli italiani con l’Europa, solo il 28% nutre fiducia nelle istituzioni comunitarie, a fronte di una media europea del 43%, La mancanza di fiducia non ha però intaccato del tutto la visione delle istituzioni comunitarie nell’immaginario collettivo degli italiani, definita positiva dal 31% (Ue 27: 40%) e neutra dal 39% (Ue 27: 40%). Questi dati indicano dunque che permangono le condizioni per trasformare l’attuale disincanto degli italiani in un rapporto più empatico con la costruzione europea. Infatti, sebbene in maggioranza non soddisfatti delle misure prese a livello comunitario per contrastare la crisi Covid-19 (il 58% di italiani insoddisfatti, a fronte di una media europea del 44%), tuttavia il 50% manifesta fiducia nella risposta che l’Unione europea nel complesso ha saputo dare alla crisi pandemica.
Secondo Giorgio De Rita, direttore generale del Censis, oggi oltre alla forza vitale dei singoli soggetti per superare la crisi serve un processo collettivo molto forte, una classe dirigente che abbia il coraggio di pensare un’Italia diversa per superare questo senso di spaesamento che pervade nel Paese causato dal riaffiorare di problemi che erano stati rimossi. Pervade soprattutto tra i più giovani il timore che si consolidi una cultura del sussidio da parte dello Stato mentre bisogna percorrere la strada dello sviluppo, della crescita e dell’innovazione.





Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto