«La Calabria non è lo Stato della ’ndrangheta (né Kabul)»

di Emiliano Morrone*

«Calabria uguale ’ndrangheta» e «Calabria uguale Kabul» sono due equazioni ricorrenti, prive del rigore delle prove di Goedel, arbitrarie quanto il terrapiattismo e offensive della nostra regione, cultura e dignità. Resta solo da capire se le due equazioni valgano al contrario. Nel caso bisognerebbe istituire organi statuali anti-Calabria e, ove i talebani e l’Alleanza del nord fossero stati sconfitti, occorrerebbe formare l’Amministrazione transitoria calabrese, in parte già esistente per motivi diversi dall’omologa – disciolta – afgana, dati i molteplici supplenti governativi, ministeriali e regionali che gestiscono il potere pubblico nella terra del bergamotto, della «salsiccia col finocchietto», dei natali del Nobel Dulbecco, di Corrado Alvaro, Nicola Gratteri e molti altri onesti e laboriosi cittadini.
Grazie alla semplificazione della modernità videografica e digitale, leggasi mercato a danno delle masse, nell’immaginario collettivo le due suddette equazioni sono diventate verità assolute e incontestabili, in quanto riproposte con ossessione maniacale e senza spazio per il contraddittorio. Non posso qui riprendere i ragionamenti del compianto, dell’eroico don Pierluigi Lia sulla fenomenologia di Husserl, ma scrivo a futura memoria che la Calabria è anche – e soprattutto – abitata da gente che la mattina si alza e suda il pane, da braccia e teste che sanno pensare, costruire e testimoniare esempi di capacità, coscienza morale e sforzi sovrumani, che naturalmente la tv nazional-popolare non registra né racconta.
In questa vicenda d’impudente riscrittura della realtà calabrese, ridotta a ’ndrangheta e a deprivazione della casa, della cosa e della strada pubblica, il vero scompare dallo sguardo e vince la filosofia dell’apparenza, la pratica della menzogna, l’arrendevolezza della ragion pura e dell’intelligenza collettiva davanti all’alterazione sistematica dei fatti; spesso alimentata per finalità riprovevoli, coloniali, di affari a porte chiuse, coperte dallo stato di necessità.
Allora occorre difendersi, dimostrare che dal Pollino allo Stretto la Calabria non è solo illegalità, disorganizzazione, connivenze, familismo e ruberie. C’è, e qui lo spiego, chi resiste all’omologazione opportunistica del sistema furbo ed indolente del mainstream, che della sanità calabrese mostra soltanto paradossi e sprechi, senza spiegarne le cause né indicarne i contraltari. Come, per dirne una, la storia dei milioni spesi per la Cardiochirurgia cosentina mai realizzata, esposta dalla stampa panoramica senza cenno alla normativa sul requisito (imprescindibile) della popolazione di riferimento o alle passate anomalie dell’analogo reparto del policlinico universitario catanzarese, alla parallela apertura di quella reggina, che oggi dà risposte di livello e con mezzi molto avanzati.
Nella grande confusione del momento, carica di un razzismo inavvertito, sfuggono le azioni e le opere dei calabresi. Specie nell’organizzazione sanitaria, quasi per intero nelle mani di commissari aziendali provenienti da altre regioni, nominati dal ministro della Salute dopo avallo del governo.
All’ospedale pubblico di Reggio Calabria mancavano, specifici Dpi. Non c’erano prima che il virus arrivasse in Calabria nello scorso marzo. Lì allora si contavano 20 posti in Malattie infettive e 20 in Pneumologia, allocati in due diversi stabilimenti ospedalieri. Inoltre i letti della terapia intensiva erano 14 e il personale non era formato al corretto utilizzo dei dispositivi di protezione individuale, che serve ad evitare il contagio per sé e gli altri.
Malgrado il disordine della prima ondata, dovuto all’imprevedibilità del virus, al mancato aggiornamento del Piano pandemico nazionale e alla moltiplicazione dei centri decisionali – presidente del Consiglio; Istituto e Consiglio superiore di Sanità; comitati tecnici; Protezione civile nazionale e regionale; presidente, delegato e Task force della Regione; sindaci; presidenti di Provincia; commissari ad acta; commissari aziendali; commissario governativo per l’Emergenza sanitaria –, da subito l’ospedale reggino riuscì: ad assicurare i necessari Dpi a tutti i dipendenti; ad attivare rapidi corsi di formazione per il personale, ivi incluso quello del 118 dipendente dall’Asp, all’inizio perfino rifornendolo di Dpi e tamponi; ad attrezzare prima le tende del triage e subito dopo il Pronto soccorso dedicato al Covid; a isolare e attrezzare (con le proprie risorse economiche e umane) un intero edificio solo per pazienti Covid, in modo da garantire l’attività ospedaliera ordinaria; a ricavare un apposito piazzale per la logistica.
Oggi l’ospedale di Reggio Calabria, Gom, ha pressoché raddoppiato i posti di terapia intensiva: da 14 a 26. E conta circa 130 posti letto nel plesso Covid, con 120 degenti. Tuttavia, nei mesi della pandemia la struttura commissariale non ha approvato la richiesta di nuove assunzioni a tempo indeterminato, benché indispensabili a fronteggiare il Covid e a mantenere le altre attività ospedaliere secondo le disposizioni governative e regionali.
La riassunta organizzazione dell’ospedale e i protocolli diagnostico-terapeutici lì adottati sono stati oggetto di apposita pubblicazione, inserita dall’Agenas nelle buone pratiche di contrasto del Covid-19. In estate l’edificio Covid del Gom è stato utilizzato con l’assegnazione degli spazi ad attività sanitarie tali da consentire un veloce svuotamento e riassetto.
Dall’esperienza di questo lavoro di equipe in continuo aggiornamento, è nato un libro che rappresenta – oltre alla formalizzazione delle misure strutturali ed organizzative adottate – un vero e proprio Piano pandemico, bell’e pronto per la gestione di eventi similari.
Le scelte organizzative dell’ospedale di Reggio Calabria anticiparono le disposizioni contenute nel successivo decreto legge numero 34 del 19 maggio 2020. Adesso l’ospedale reggino si trova già adempiente rispetto alle prescrizioni ivi contenute: sia per l’individuazione di un edificio preposto al Covid, con tutti i percorsi separati e dedicati già dall’ingresso dall’apposito Pronto soccorso; sia per quanto riguarda le risposte alle richieste della Regione sui finanziamenti per i lavori di ammodernamento del plesso in questione.
A giugno del 2020 fu aggiornato e approvato il Piano pandemico del Gom, rivisto a ottobre con dati ulteriori illustrati a parte. Sul fronte della ricerca, poi, l’ospedale ha dato un contributo con 12 pubblicazioni su riviste internazionali, relative allo studio e all’impiego di terapie efficaci contro la malattia da nuovo coronavirus. Ancora, il Gom ha partecipato (in qualità di stakeholder) al sottogruppo di lavoro Big Data & Artificial Intelligence for policy – del ministero dell’Innovazione – per lo studio della seconda fase.
Inoltre, al Gom un gruppo di professionisti dell’Oncologia e dell’Emergenza ha sperimentato, sulla scorta di un’intuizione scientifica, una terapia a base di un antinfiammatorio, l’adenosina, condotto direttamente negli alveoli polmonari mediante particolare metodica medica. Questa terapia innovativa ha portato alla negativizzazione – guarigione sintomatologica – di 13 pazienti, su un totale di 14 trattati nella prima fase. Nel merito il punto debole per la validazione della terapia – di cui è già stato depositato il brevetto – è il basso numero della casistica. Tuttavia il trattamento è stato oggetto di pubblicazione su autorevolissime riviste scientifiche internazionali, tanto che centri medici italiani e statunitensi hanno contattato il Gom per chiedere informazioni al fine di applicarlo.
Di là dalla lotta al Covid-19, al Gom sono state individuate potenzialità in vari reparti, con risultati di rilievo in un territorio, quello calabrese, considerato del tutto marginale. Vista la qualità della produzione scientifica, in particolare dell’Ematologia e dell’Oncologia ospedaliera, lì è stata ideata, con un gioco di squadra di molti professionisti, la strutturazione di un Istituto di ricerca e cura a carattere scientifico (Irccs) con area di expertise emato-oncologica, che ancora non esiste tra i 51 Irccs attivi in Italia (21 pubblici e 30 privati).
La configurazione dell’Istituto, con domanda di riconoscimento presentata lo scorso 8 giugno, verte sull’ambito emato-oncologico. A pieno titolo, però, vi sono rientrate le attività degli altri reparti funzionalmente collegati alla cura completa del paziente ematologico. A riguardo un importante apporto scientifico è stato fornito dall’Università di Reggio Calabria e dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) che già opera all’interno del Gom.
Tutta la complessa mole di lavoro è stata portata avanti con lo spirito di collaborazione dei ricercatori coinvolti e del personale del Gom. Gente di Calabria. Come la commissaria aziendale, Iole Fantozzi.

*giornalista





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